Dal 18 luglio 1987 in poi. Narrazione dettagliata degli eventi. Calamità storica

L'alluvione dal 18 luglio. L grande frana il 28. 'Il dopo'. Oltre 150mila battute!

Premessa
Un racconto in prima persona. Non può essere diversamente trattandosi di testimonianza diretta, in tanti aspetti esclusiva, mescolando l’interesse e i consequenziali comportamenti da responsabile di un Ente pubblico con quello di tipo giornalistico. Tenendo distinte le sfere di responsabilità, potremmo dire diritti e doveri, ma sempre con un’attenzione particolare, mirata anche nei piccoli particolari fissati indelebilmente nella memoria. Un contributo alla conoscenza di chi è stato spettatore degli eventi, ma da dentro e vivendoli. Per dare maggiore valore ai riferimenti abbiamo inteso riportare gli articoli che, in genere, hanno visto la luce in occasione del ventennale nel 2007 senza modifiche sostanziali.
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Prima parte, indice
. Sabato 18 luglio 1987, alba – Secondo i metereologi – 305 mm d’acqua. Come 30,5 tonnellate in casa – Pioggia sul Bernina a 4050 metri! – Le acque in Valtellina – Nessuno immaginava - Sabato 18. Pomeriggio – Il Paiosa impazzito – Il versante terrazzato, Il “Malus Rivus” parte prima, il Valfontana – Le altre situazioni critiche - Sabato 18 luglio 1987. Tartano -  Tartano. Vanoni – Tartano. Il Gran Baita – Tartano. Come mai quel disastro? – Caiolo, Adda, Gombaro - Sabato 18 luglio 1987, Prefettura. Colonna per Tartano – Prefettura. Arriva il Ministro. A Morbegno. No – Prefettura. A Sondalo non c’è più acqua nell’Adda! - Prefettura. L’arrivo del Ministro Zamberletti – L’esercito. Gli elicotteri. Si delinea l’organizzazione.
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SABATO 18 LUGLIO 1987, ALBA

Sabato 18 luglio del 1987. Era l’alba quando si chiudeva il giornale che allora dirigevo, Centro Valle. Durante la notte però un paio di volte eravamo usciti dalla tipografia per vedere cosa stava succedendo. Per fare un solo esempio il sottopasso di Via Caimi un Sondrio era impraticabile per via di un metro circa d’acqua che si stava riassorbendo molto lentamente tanta ne era caduta e ne stava cadendo. Vigili del Fuoco in pista. Molte finestre illuminate. Situazione pesante.
SECONDO I METEOROLOGI
I  meteorologi spiegheranno che correnti fredde provenienti dall’Islanda  e quelle calde originate dall’anticiclone delle Azzorre scontrandosi avevano determinato un grande vortice ciclonico. Visibilissimo.  Sulle nostre teste. Erano giorni tutt’altro che da solleone con l’acqua che scorreva lungo i prati perché il terreno non era più in grado di assorbirla, ma quel sabato 18 luglio fu invero cosa da incubo, del resto documentata dai pluviometri.
305 MM D’ACQUA. COME 30,5 TONNELLATE IN CASA
Uno di questi, su una diga a pochi km in linea d’aria da Sondrio, là dove le precipitazioni annuali possono variare da 1500 a 1600 mm (circa 1000 nel capoluogo), registrò ben 305 mm d’acqua in sole 24 ore. Cosa vogliono dire 305 mm di acqua in un giorno? Se entrasse questa pioggia in casa nostra, per semplicità diciamo in un appartamento di 100 metri quadrati, al termine delle 24 ore avremmo in casa 30.500 (trentamila e cinquecento) litri d’acqua con un peso di 30,5 tonnellate. Certo, non sono arrivati dappertutto 305 mm in 24 ore. Consideriamone anche solo la metà non è che sia un bel miglioramento visto che nella casa di cui sopra vorrebbe sempre avere oltre 15.000 litri d’acqua, pari a 15 tonnellate! Acqua comunque da aggiungere caso a quella caduta nei giorni precedenti
PIOGGIA SUL BERNINA, A 4050 METRI!
Da notare poi che lo zero termico era incredibilmente oltre i 4.000 metri. Non la solita neve alle quote alte dunque, anche d’estate, e neppure ai 4050 metri del Bernina. Invece pioggia, tanta, un diluvio. Acqua che partiva dall’alto rompendo l’equilibrio delle morene, trascinando a valle imponenti quantità di materiale solido. La Valtellina, vera e propria regione alpina, valle trasversale tra le Prealpi Orobie e le Alpi Retiche che vanno dalle Lepontine sino al massiccio dell’Ortles.ha 3120 kmq. di territorio ricco di acque.
LE ACQUE IN VALTELLINA
Nei percorso sub-lacuale dell’Adda in provincia di Sondrio, tutto in Valtellina - confluiscono dalle Alpi Retiche 45 affluenti e 60 dalle Prealpi Orobie. Non basta. Quasi tutti questi corsi d’acqua ne ricevono altri lungo il loro corso. Il guaio è che molti di questi sono caratterizzati da pendenze, sia longitudinali che trasversali, molto accentuate, tali da determinare nella situazione dianzi descritta un effetto devastante nel fondo valle. Le situazioni peggiori quelle con a monte i numerosi e consistenti ghiacciai. Significativamente qualche dato: 70,390 km per l’Adda – bacino di formazione, 106,400 km per l’Adda – collettore, 669,548 km di affluenti dell’Adda per un totale, anche con altri affluenti, di 1533,565 km.
I BACINI
Ci sono infine bacini idroelettrici. 47 per un capacità complessiva di circa 419 milioni di mc, cui si aggiungono i quattro amministrativamente svizzeri ma idrologicamente sul versante italiano per altri 110 milioni di mc. Ce ne sono poi due italiani, Valle di Lei e Livigno, per 361 milioni di mc. situati sul versante svizzero. Per fortuna allora i bacini erano tutti a un livello basso per cui riempiendosi hanno sottratto nei momenti peggiori flussi idrici che altrimenti avrebbero peggiorato la situazione andando ad aumentare ulteriormente la portata di piena già catastrofica.
NESSUNO IMMAGINAVA…
Torniamo al 18 luglio. Non era certo tempo da vacanze. I non molti turisti se ne stavano rinserrati negli alberghi della provincia o nelle seconde case. Qualche gruppo di inzuppati boy-scouts rischiava di perdere la poesia del campeggio come sa chi lo ha fatto a una certa quota  Il nostro giornale, il più diffuso della provincia, apriva la prima pagina con l’appena nominata nuova Giunta Regionale con la clamorosa, ma giusta e condivisa, astensione dell’unico consigliere regionale della provincia Muffatti e con la positiva conclusione, delicatamente caldeggiata dal giornale in tre successivi articoli, della dolorosa vicenda di due fratellini tornati dai loro nonni dopo che una sconcertante sentenza li avrebbe voluti separare e dai nonni e tra loro. C’era il toto-Governo con la speranza che nel Gabinetto presieduto da Goria potessero entrare Tarabini e Forte, cosa non avvenuta (con un ulteriore, negativo, siluro ai valtellinesi con la sostituzione di Zamberletti. Per fortuna con Gaspari che si meritò il titolo di valtellinese ad honorem) ma con negative conseguenze in quel momento. Un paio di nomine di interesse generale: Alberto Gritti rieletto Presidente dell’Unione Artigiani della provincia di Sondrio e Maurizio Frizziero  eletto Segretario nazionale dell’AIAP, l’Associazione Italiana dei Creativi della Comunicazione Visiva, presente anche a livello internazionale. Per lo sport cestisti in fibrillazione per i mondiali juniores di basket in programma in Valtellina dal 23 luglio con dirette TV. Veniva pubblicata anche la polemica per il problema del metano che sarebbe stato in ritardo e una precisazione dell’on. Bertuzzi, allora famoso come una sorta di difensore civico nazionale, che, eletto nelle liste radicali spiegava perché a Roma si è iscritto al gruppo misto.
Nessuno immaginava quale scenario Giove Pluvio stava preparando.
SABATO 18 LUGLIO 1987. POMERIGGIO
Piove, strapiove ma la gente fa le solite faccende del sabato. All’Iperal, ipermercato di Castione a quattro km dal capoluogo, finita la spesa, si accalca sotto la tettoia mettalica – ora non c’è più - e aspetta, con sopra la testa un tambureggiamento continuo, come se invece di pioggia si trattasse di grandine.. Qualche coraggioso corre all’auto nel parcheggio portandola al limite della tettoia per caricare i sacchetti, moglie e magari altre persone. Coraggioso in quanto nonostante l’ombrello arriva con gli abiti incollati tanto sono zuppi. C’è chi fa da inusuale taxi portando nel piazzale le persone a prendere la loro auto. I commenti sono a senso unico: nessuno ricorda una simile intensità di pioggia persistente nel tempo. Tanta acqua in qualche temporale ma per pochi minuti. E siamo a luglio… Rientrano i programmi di chi sperava per il week-end un rinsavimento di Giove Pluvio tale da consentire la salita ai monti. V’è anche chi si lamenta e lo si capisce. Si è impegnato da tempo con altri suoi colleghi per organizzare una manifestazione all’aperto, hanno preparato tutto, speso soldi e tutto finisce in fumo, anzi in acqua.
IL PAIOSA IMPAZZITO
Anche chi scrive ha da fare, come Presidente del BIM. Ha un appuntamento con l’ing. Giulio Liscidini - vittima qualche anno dopo di un tragico scontro frontale - che ha organizzato una cooperativa, la Corival, ancora oggi attiva nel settore dell’informatica applicata al territorio. Argomento: il monitoraggio. Ce n’è bisogno, come del resto si vedrà, e il BIM sembra l’Ente adatto per occuparsene. Si sta approfondendo l’argomento quando squilla il telefono. Chiama la signora Bonfadini, che molti conoscevano anche perché nella sua casa, in Fiorenza sulla sinistra della provinciale per Tresivio a breve distanza dalla SS 38, c’era un noto negozio caratteristico “Il Guscio”: “Signor Frizziero, qui è un macello!”. Alla domanda su cosa, dove, perché la signora risponde che di fronte, sul versante orobico, sta venendo giù l’ira di Dio. Il monitoraggio può  aspettare. In auto e via a tutto gas. Arrivati alla Centrale Venina, un poliziotto ci ferma. Strada chiusa, e in effetti si vede poco avanti l’allagamento. Cerchiamo di passare lo stesso in quanto il livello dell’acqua appare inferiore dell’altezza dello spinterogeno ma il poliziotto non transige.
Aggiriamo l’ostacolo. Corriamo alla stazione di Tresivio-Poggiridenti che in realtà è in Comune di Piateda. Poco più avanti c’è un piccolo sottopasso della ferrovia e quindi una strada campestre che ci consente di arrivare al ponte delle Streppona, pure sbarrato dalla Polizia. L’Adda è sì in piena ma non appare molto gonfia. Quello che invece ci si para davanti agli occhi è uno spettacolo, si fa per dire, incredibile. Il Paiosa, di solito un rigagnolo nel quale si portavano i bambini a giocare con l’acqua, impazzito, ha portato verso valle, intero, un grande casello dell’acquedotto, recentemente costruito in cemento armato che è sceso e si è coricato su un fianco. In basso è spezzato il grosso ponte-canale in muratura della Sondel che porta l’acqua dalla presa del Baghetto alla centrale di Buffetto. Evacuazione per le case in Valbona minacciate dal un altro torrente il Serio. Questi corsi d’acqua partono lassù, 5/6 km sopra intorno ai 2000 metri con pendenze del 25-30%.
Un gruppo di persone guarda in assoluto silenzio. Nei volti si legge il pensiero, probabilmente come nei nostri. Sua maestà la Natura è di fronte a noi proprio nel momento delle sue convulsioni. Arriva una coppia a piedi sotto la pioggia, forse sulla sessantina, vestiti da casa e inzuppati, senza neppure un ombrello. Sono i primi evacuati. Hanno parenti o amici in Fiorenza, li carichiamo in auto. Non un gesto, non un lamento, una composta dignità. Li portiamo a destinazione non senza chiedere se hanno bisogno di qualcosa. “No grazie”.
IL VERSANTE TERRAZZATO, IL “MALUS RIVUS” (MALLERO) PARTE PRIMA, IL VALFONTANA
Saliamo sul versante terrazzato, memori di Tresenda 1983. Nelle vigne qualcuno che controlla, ma non sembra ci siano problemi nonostante l’eccezionalità della pioggia. Per quello che si vede i valgelli funzionano, le acque meteoriche defluiscono ordinatamente, non si scorgono deflussi fangosi per erosione. Saliamo al Moncucco per scendere a Gombaro.
Il Mallero vuole giustificare il suo nome latino, “Malus rivus”, ma l’alveo sembra contenere la massa d’acqua che arriva dalle Cassandre a velocità sostenuta. Empiricamente, stabilita la velocità alla Poiseuille e stimata la superficie della sezione calcoliamo una portata tra i 250 e i 300 metri cubi al secondo, una bella piena. L’ing. Liscidini corre via per tornare a casa perché c’è il rischio che la SS 38 venga interrotta a Chiuro, come poi capiterà qualche ora dopo, prima con l’interruzione della Statale da parte del Valfontana, poi con il blocco anche della provinciale per Teglio sempre ad opera dello stesso torrente che vien giù da quota 2850 metri arrivando al fondovalle (circa 350 metri di quota). La pendenza media sui 15,4 km del suo corso non appare rilevantissima, 14,4% ma conta quella, molto più elevata, della parte terminale. Notasi però che la pendenza trasversale da un minimo del 30% arriva fino al 120%.
Il quadro comincia a delinearsi, ma siamo ancora lontani da quello reale che assumerà proporzioni da catastrofe, con un bilancio di vite umane, sempre doloroso, ma in un certo senso limitato dalla risposta, consapevole e tempestiva, degli amministratori, della gente del soccorso, in prima linea i Vigili del Fuoco, della gente comune anche di chi magari ha solo la quinta elementare ma in fatto di coesistenza con i problemi della montagna potrebbe tenere un master a tanti soloni della cultura metropolitana che nei giorni successivi persero straordinarie occasioni di evitare figuracce tacendo.
LE ALTRE SITUAZIONI CRITICHE
Vedremo nello svolgersi del racconto le altre situazioni critiche. Prima fra queste l’alluvione di S. Antonio Morignone che farà temere il peggio a chi abita nei paesi sottostanti, poi quella del Piano della Selvetta e della piana di Talamona-Morbegno. Ma poi Fusine, Torre e la Valmalenco per non parlare di Sondrio dove quella portata di cui abbiamo riferito nelle ore successive veniva raddoppiata. Nella sfortuna la fortuna del buco in alveo prodotto dal silos prima della confluenza in Adda. Il tempo riempimento ha ritardato il rigurgito e quindi il deposito di materiale in alveo. Quando questo è arrivato a riempire l’alveo la portata era diminuita e 19 cucchiai (molti, molti di più, fino al massimo consentito dagli spazi – ndr 2017-) nel Lungo Mallero Cadorna con stakanovisti alla loro guida hanno continuato ad asportare materiale sempre sul filo della tracimazione, alla fine evitata. Torneremo dunque su questi aspetti, ma intanto torniamo al pomeriggio inoltrato, quasi sera, di sabato 18.
SABATO 18 LUGLIO 1987. TARTANO
Qualche telefonata. Terribile. A Tartano è successo il finimondo. Le notizie sono frammentarie, imprecise. “Il Gran Baita”. Cosa può essere successo? E’ in una posizione storicamente sicura. Le congetture non servono. Pian piano il quadro si definisce: una valanga di acqua e fango è penetrata nella hall e nel salone dove, dato il maltempo, molti villeggianti sostavano. Morti, tanti. Feriti, tanti. Dispersi.
Tartano è un Comune sulla sponda orobica con due centri abitati, Campo a 1049 metri di quota e a una decina di km dal fondovalle, cinque km oltre c’è Tartano, alla confluenza tra Val Lunga e Val Corta a quota 1200. Circa 300 gli abitanti al tempo dell’alluvione. All’inizio del secolo erano sui 1500 in 40 nuclei, 13 Campo e 27 Tartano. Un migliaio negli anni sessanta, poi un esodo rapido.
TARTANO. VANONI
Il 16 febbraio del 1956 moriva al Senato il valtellinese Ministro del Bilancio Ezio Vanoni dopo il suo discorso sulla necessità dell'equità fiscale, nel corso del quale aveva detto "...Non posso dimenticare, ad esempio, che vi è nella mia provincia un piccolo Comune di 1.200 abitanti, il quale ancor oggi è collegato con la pianura per mezzo di una mulattiera, sicché occorrono cinque ore di cammino per raggiungerlo...". E ancora: "...In quel piccolo villaggio di montagna, nella lapide dei caduti dell'ultima guerra si vedono vicini i nomi di fratelli e di cugini appartenenti alla medesima famiglia...". E più avanti: "Ora questa è la nostra politica: ricordarsi di questi uomini che in guerra, e anche come partigiani, sacrificarono la loro vita ad una Italia che tante volte si ricorda di loro solo per mandare la cartolina-precetto e non per costruire le strade che rendano più agevole la vita di queste contrade...". Quel Comune era Tartano che finalmente in un paio d'anni sarebbe stato collegato al fondovalle da una strada progettata dal prof. Jelmoni.
Sono dunque scesi a valle in tanti, per via del lavoro, delle scuole dei figli, per maggiori comodità Molti però tornano d’estate nelle vecchie case di famiglia, molte risistemate
TARTANO. IL GRAN BAITA
Il luogo ameno attira anche turisti soprattutto dal milanese e dal comasco. E ce n’erano quel pomeriggio molti nel salone a piano terra dell'albergo Gran Baita, nome significativo. Lì infatti sorgeva una grande baita secolare, ultimo proprietario un certo "Toni". Costruita in un posto sicuro, con a fianco un vallone capace di ricevere le acque, anche se fuoriose, aveva tranquillamente retto le insidie del tempo fin quando gente che amava la sua terra decise di erigere al suo posto un albergo, appunto il Gran Baita. E che il posto fosse e sia sicuro lo dimostra il fatto che l'albergo é ancora lì, intatto nelle sue strutture e non toccato nei piani superiori, a ricevere i villeggianti che continuano ad arrivare ne cuore del Parco delle Orobie.
Come mai quel disastro?
Ma se il posto era così sicuro come mai i 21 morti e i tanti feriti? Nel grande prato sovrastante la vera insidia. Un tempo c'era un alveo, non molto grande ma con notevole pendenza. Nei decenni, tanti, questo alveo si era colmato di materiale tanto da non far pensare a nessuno che ci fosse vista l'omogeneità del grande prato. Per il principio dei fisici secondo il quale acqua e corrente elettrica seguono sempre il percorso di minore resistenza, per il principio della gente di montagna secondo il quale l'acqua ritrova sempre la sua strada, un po' come i cavalli dei rottieri sulla strada dello Stelvio anche in posti con metri di neve, la straordinaria quantità di pioggia ha fatto sì che l'acqua meteorica decidesse, per scaricarsi a valle, di utilizzare anche quel vecchio alveo in disuso da tempo. Probabilmente la massa d'acqua e fango avrebbe potuto confluire nel vallone citato senonché, a circa metà prato, era stato costruito un edificio, a due piani utili. Il colpo di maglio della massa in movimento, acqua, fango, sassi sfondò il condominio di cui restavano le parti sinistra e destra a fianco dello squarcio centrale di - a memoria - circa un 20/30 metri. Sfondato l'edificio la fiumana si diresse verso l'albergo entrando con veemenza nel salone e trascinando via con sè le persone che si trovavano lì dentro, finendo la sua corsa nel bacino idroelettrico sottostante, quasi 300 metri sotto.
Tragedia nella tragedia: morirono anche il proprietario, Marcellino, con moglie e due figlie.
CAIOLO, ADDA, GOMBARO…
Telefoniamo alla corrispondente del Corriere della Sera Irene Tucci, in vacanza a Bormio, per dirle di tornare a Sondrio perché marca male. È appena arrivata e non ne ha voglia, ma poco dopo lo farà. Con i familiari andiamo a vedere la situazione. Ponte di Caiolo. Fermiamo l’auto e scendiamo per guardare l’Adda. Fa paura. Tronchi e altro materiale con gran rumore cozzano contro le pile (dopo qualche ora il ponte cederà. Resterà in piedi solo uno degli archi con i tiranti per tenere il piano carrabile, quello sud). “Via, via, andiamo!” Bisogna andare. In auto al camping del Castelletto dove ci sono alcune roulottes e un paio di tende. E’ una zona-spia della situazione, ma tutto appare tranquillo. Il livello dell’Adda, per quanto gonfia, è ancora in termini di sicurezza. Torniamo a Gombaro. Situazione spaventosa. In poco tempo l’acqua è salita oltre l’argine in tutta l’ansa e materiale solido trasportato dalla furia delle acque rumoreggia pestando non più l’argine ma quella specie di barbacane che era stato fatto in corrispondenza del mezzo tornante. Terrà. Non avesse tenuto l’acqua si sarebbe infilata tra gli argini, che argini!, e il versante arrivando in Piazza Vecchia a grande velocità con quali conseguenze è facile immaginare. Anzi, meglio non immaginare. C’è un osservatore del Comune, il vigile Bonomi, cui la comprensibile preoccupazione ha fatto allungare il volto di mezzo metro con tante rughe mai viste prima. Le case sono in evidente pericolo, occorre evacuare, e lo diciamo. In quel momento la radio gracchia ed è proprio l’ordine di far andare via la gente. Portiamo la famiglia a casa ma prima passiamo ancora al Castelletto. Incredibile: l’acqua arriva ai finestrini delle roulottes. Per fortuna la gente è stata previdente, non ci sono problemi. Incontriamo Irene Tucci che riferisce, ancora spaventata, cosa ha trovato sulla strada sempre pensando di restare bloccata da acqua, sassi, fango in diverse parti. Andiamo insieme in Prefettura. per avere notizie; questione, diciamo, di un paio d’ore al massimo (diventeranno più di 24).
SABATO 18 LUGLIO 1987, IN PREFETTURA
In Prefettura c’è il Capo di Gabinetto dr. Melchiorre Fallica, (Ora Prefetto, dal 29 marzo 2006, con diversi incarichi ricoperti come Commissario al Comune di Arezzo e all’ASL Napoli 4. Per quanto fatto in Valtellina avrebbe meritato di esserlo molto prima). E’ solo. Il Prefetto, dr. Giuseppe Piccolo, è in ferie sul Tigullio. Come lui tanti altri, fra i quali anche il Comandante dei Vigili del Fuoco ing. D’Angiolino, popolarissimo in Valtellina (da poco in pensione dopo aver diretto, apprezzatissimo, il Comando provinciale di Trieste per 15 anni).
Sono abbastanza di casa da anni, in relazione ai vari incarichi ricoperti. Il dr. Fallica ricorda la spedizione per il terremoto dell’Irpinia e l’operazione per Tresenda 1983 da me organizzate e mi chiede se posso dargli una mano. Ben volentieri. Mi esterna subito la sua preoccupazione per Tartano. Le comunicazioni sono interrotte, come in molte altre parti della provincia; i ripristini verranno fatti con tempestività ma ci vorranno diversi giorni e 12 miliardi. Dall’ultimo volo dell’elicottero di Elitellina fermatosi, nonostante il tempo pessimo solo quando è venuto buio pesto, non si hanno più notizie.
PREFETTURA, COLONNA PER TARTANO
I radioamatori hanno una 4x4, la Croce Rossa mette a disposizione un’ambulanza 4x4 e il geologo dr. Azzola – che con il dr. Tuia saranno due colonne dell’organizzazione di soccorso – ha il suo fuori-strada tuttofare. La mini-colonna parte. Pochi minuti dopo comunicano di non poter andare avanti perché la Statale è allagata. Girano per la provinciale Orobica. Pochi minuti dopo comunicano di non poter andare avanti perché la strada è allagata. Le radio tacciono. Passa il tempo, cresce il nervosismo. Siamo chinati sul ricevitore in un’ansiosa attesa. Nessuno dice niente ma con il cataclisma che c’è tutti cercano di pensare ad altro per non farsi venire pensieri tristi. Finalmente la radio gracchia. Male ma si riesce a captare che sono sui tornanti della strada per Tartano. Compare il dr. Fallica a vedere cosa è successo, a scoprire il perché di quelle urla. Liberatorie. E’ arrivato intanto l’assessore Calcinardi che terrà i collegamenti con il Comune di Sondrio ove ovviamente ci si sta preoccupando per i problemi del capoluogo, Non c’è Comune della provincia che sia chiuso, ma molti non rispondono perché i telefoni non funzionano. Qualche notizia arriva via CB.
La radio torna a farsi viva, questa volta in modo chiaro. La colonna è nei pressi dell’alto viadotto della Val Vicima. Una frana blocca la strada e lì è fermo anche un mezzo dei Vigili del Fuoco.. Chiediamo se è possibile che qualcuno passi su quella frana, illuminata dai VV.FF. per arrivare a piedi a Tartano ed avere notizie. Fattibile ma rischioso. Dalla radio però la notizia che si vede il lampeggiante dell’altro mezzo dei VV.FF., quello che è nella piazza di Tartano. Il problema è risolto in quanto da Tartano al viadotto si parla usando le radio dei due mezzi – che non riescono a comunicare con Sondrio - e poi i radioamatori in collegamento con la Prefettura fanno ponte. Si procede. Il medico informa che non ci sono feriti da ricovero d’urgenza. Preferisce evacuarli al chiaro con l’elicottero. Missione conclusa, la colonna riesce, sia pure con difficoltà, a rientrare. I telefoni sono bollenti. Naturalmente queste cose succedono infatti sempre nei momenti peggiori. Tresenda 1983 domenica mezzogiorno e mezzo circa. Ora il sabato pomeriggio e con quelli che servirebbero in ferie o sui monti. E così, per fare un solo esempio, capita di telefonare al Comune di Ponte per sapere dove ha la baita un certo funzionario. Lo sanno: a San Bernardo. Richiesta al Sindaco di mandare qualcuno a dirgli di scendere subito in Prefettura. E’ notte ma l’operazione riesce. Una delle tante. Tasselli apparentemente marginali, ma utilissimi a comporre il mosaico.
PREFETTURA. ARRIVA IL MINISTRO. A MORBEGNO. NO.
La tegola. Chiama il Ministero. Arriva il Ministro Zamberletti ma, dice Fallica, vogliono fare il centro operativo a Morbegno visto che non si può raggiungere Sondrio. “Li hanno informati male, richiamiamo”. Il dr. Fallica chiama e mi passa la comunicazione. “Occorre prendere la provinciale cosiddetta dei Cek, per Dazio, Civo e poi entrare in Valmasino al ponte del Baffo, scendendo su Ardenno e venendo in su per la Valeriana. Richiamano dopo dieci minuti per dire che il suggerimento è approvato. Intanto notizie sempre più drammatiche dappertutto. Si cerca il Presidente della Provincia e non lo si trova. Chiamo l’attuale Sindaco di Talamona Luzzi. La moglie dice che il marito con tutti gli uomini del paese è sul Roncaiola, - un torrente che scende per 6,6 km da quasi duemila metri -, per arginare la situazione. “Vada a chiamarlo, è urgente” e mi telefoni. Dopo un po’ chiama. “Arriva Zamberletti. Non trovo Marchini, fai un salto a Morbegno a cercarlo”. La risposta gela tutti: “i miei figli sono bloccati a Morbegno. Ci sono due metri d’acqua sulla strada”. Si insinua una sensazione che stia crollando. Ed ecco che arriva la peggiore delle notizie.
PREFETTURA. A SONDALO NON C’È PIÙ ACQUA NELL’ADDA!
Il Sindaco di Sondalo è allarmatissimo. Non arriva più acqua. L’alveo dell’Adda è in secca. E’ una cosa paurosa in quanto vuol dire che a monte c’è un tappo, un’ostruzione, del materiale che ha fatto diga. In molti ricordano l’8 agosto del 1951 quando sopra Gera Lario, paese sul lago vicino alla Valtellina, ci fu un tappo e il suo cedimento per via della pressione delle acque. 17 i morti e una larga striscia, forse 200 metri a memoria, fino al lago senza più nulla, interamente spianata. Il Sindaco dispone l’evacuazione della gente potenzialmente minacciata. Per fortuna il Presidente dell’Ospedale Morelli, Mescia, fiutata la situazione, aveva già disposto il giorno prima di attrezzare il quinto padiglione per accogliere eventuali evacuati. Ci andranno e poi anche i ricoverato della casa di Riposo di Grosotto. Comunque sia non si può fare nulla se non attendere le prime luci per capire la portata del guaio ed eventuali possibilità di intervento.
PREFETTURA. L’ARRIVO DEL MINISTRO ZAMBERLETTI
Arriva Zamberletti, amico da tempo, amatissimo in Valtellina e subito “Tartano?”. Lo aggiorno, chiamo Azzola e gli altri della spedizione che riferiscono. Lo informo dell’Adda in secca a Sondalo.  Il dr. Fallica sintetizza la situazione, nerissima.
Con il Ministro sono intanto arrivati il suo staff, in testa l’ing. Corbo, Comandante dei VV.FF. di Milano, a suo tempo Comandante provinciale a Sondrio, altri funzionari. E’ stato recuperato il Prefetto, dr, Piccolo. Passeggiava a Santa Margherita Ligure quando è arrivata una Volante che una volta chiestogli se era il Prefetto di Sondrio alla risposta affermativa lo hanno caricato in auto, senza mutare abito, e via per Sondrio. Recuperato a Morbegno anche il Presidente della Provincia rientrato da Carona su itinerari strani per poter passare impiegando sei ore.
L’ESERCITO. GLI ELICOTTERI
Il Ministro si attacca al telefono. sveglia il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dicendogli che vuole tutte le forze disponibili. Brutte notizie. La risposta dopo qualche minuto è negativa. Le strade sono interrotte. “Venite per i passi alpini”. Interrotti anche quelli. “Forzare i passi!”, ma non è possibile. “Il Ministro delle disgrazie nazionali”, come amava definirsi si allunga sulla poltrona. E’ la prima volta, dice, che si trova nell’isolamento. Resta una via e gliela propongo: Chiavenna-Maloia-Bernina- Tirano. Occorre che il Ministero degli Esteri concordi la situazione con la Svizzera. Telefonata. Risposta negativa non per mancanza di volontà ma perché la situazione nella ecologicissima Svizzera, comprese strade e ferrovie, è uguale se non peggio della nostra. Il maltempo infatti ignora i confini di Stato e le qualificazioni ambientaliste dei territori.
Zamberletti richiama Roma e dice di volere tutti gli elicotteri disponibili. Arriveranno in breve tempo e svolgeranno un lavoro eccezionale. Capiterà che ad un certo momento ce ne saranno contemporaneamente in volo 65, con sensi unici lungo la Valle.
Ci vorrebbe un caffè, almeno triplo, ma il primo arriverà solo verso mezzogiorno. Alla prima luce il Ministro dà l’ordine di andare a vedere l’ostruzione dell’Adda. Con l’elicottero dell’Elitellina partono l’assessore regionale Forcellini e il geologo Azzola. Altra tegola: pochi minuti dopo arriva la comunicazione che sopra Tirano c’è un muro fittissimo di nubi che impedisce di andare oltre.
Per fortuna arriva la prima notizia positiva. E’ il Sindaco di Sondalo che informa che l’acqua ha ripreso a scorrere nell’Adda, pericolo-tappo dissolto. Continua invece il bollettino dei crolli di ponti. Alla fine saranno dodici, tutti a trave appoggiata. Nessuno ad arco. Resiste persino quello ferroviario di Ardenno che è il più grande della rete ferroviaria italiana, fra l’altro costruito interamente in pietra. Destava preoccupazioni, si ventilava il rischio di un’interruzione della linea ferroviaria per mesi e mesi, ma quel ponte sorprenderà tutti. Solido e a prova di portata millenaria. Potenza dei ponti ad arco!
SI DELINEA L’ORGANIZZAZIONE
Comincia a delinearsi una organizzazione razionale mentre prosegue l’attività. Risolto il rischio Sondalo Zamberletti con Marchini va a Tartano. Il Presidente della Provincia arriverà con i capelli dritti per il comportamento degli elicotteristi. Prima in mezzo alle nubi, poi discesa nella piazza del paese con le pale del rotore che sfioravano le case. Ci vorrebbe un monumento a quei piloti che hanno volato persino oltre il rischio-guerra, lo standard massimo.
Alberto Frizziero
1) continua
DUE

EVENTI DI FINE MILLENNIO. 14) Capitolo decimoquarto. LA TERRIBILE CALAMITÀ DEL 1987. VENT’ANNI DOPO (seconda parte - continua)
Si piangono i morti ma si cerca di evitare che la lista si allunghi e di limitare i danni – LA SITUAZIONE: Premessa. Caratteristiche del territorio – Prefettura (1) - Alta Valle. Valfurva.- S.Antonio Morignone – Sondalo e paesi a valle - Tirano – Villa di Tirano – Chiuro – Piateda – Sondrio – Valmalenco - Berbenno, Piano della Selvetta, Ardenno – Fusine – Tartano - Talamona, Morbegno, Cosio, Traona, Bassa Valle – Altro - Prefettura (2) – Tanta, tanta acqua. Ma quanta? – Acqua. Il punto sull’Espresso - La piena dell’Adda, un record storico: 1836 m3/s. E Leonardo Da Vinci – La guerra del Mallero. La difesa di Sondrio – I ponti – Le dighe - Strade e ferrovia – Gli elicotteri – La gente nella stazione e quella che aspetta a Sondrio – Soloni, profeti del giorno dopo, la gara a chi pontifica di più – Martedì 21. I dati – Mercoledì 22. Il dietro front – Ma il colpevole da mandare in galera comunque c’è – Intanto nell’ecologicissima Svizzera… - Ripresa - Flash: la vedetta lombarda, anzi sondrasca, per la Valmalenco – Flash: Animali. L’orso Ben - Flash: Animali. Le dodici mucche. Vegetali: i salici. – seguirà la terza parte -.
Alberto Frizziero
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SI PIANGONO I MORTI MA SI CERCA DI EVITARE CHE LA LISTA SI ALLUNGHI E DI LIMITARE I DANNI
Siamo rimasti al rientro da Tartano del Ministro Zamberletti e del Presidente Marchini.
Si piangono i morti ma si cerca di evitare che la lista si allunghi. E se, e dove, è possibile limitare i danni alle cose. Questo sarà un piccolo capolavoro di una gente che ha nei cromosomi il rapporto con la montagna, e quindi anche il ricordo ancestrale di periodiche lotte con la natura. La straordinaria reazione – come verrà definita in TV e sugli organi d’informazione – sarà fondamentale, basata su due elementi: la tempestività e l’esperienza. Mille episodi, alcuni noti, altri conosciuti solo dai protagonisti e dagli addetti ai lavori.
Sull’Adda, dalle sorgenti al Lago di Como, scaricano acqua 105 affluenti, 45 dalle Alpi Retiche, 60 dalle Prealpi Orobie, che a loro volta le ricevono da altri torrenti. Non tutti per fortuna sono impazziti. In genere l’ira di Dio arriva da quelli le cui acque partono in quota, con ghiacciai sovrastanti. In testa i Sindaci, gli amministratori, gli Alpini, il Soccorso Alpino, la Croce Rossa, oltre i VV.FF. e le Forze dell’Ordine, si fa di tutto. Dal picca e pala agli argini del Poschiavino che salverà la piana di Villa, all’imponente operazione sul Mallero nel capoluogo, all’aiuto alle persone in maggiore difficoltà. Sembra di sentire la frase di un amico in una certa circostanza: “L’impossibile lo facciamo subito, per i miracoli ci vorrà un po’ più di tempo”. L’unica nota stonata, anzi stonatissima, è rappresentata dai soloni e dalle loro fantasmagoriche diagnosi, ma di questi parleremo più avanti.

LA SITUAZIONE. Premessa. Caratteristiche del territorio
Consideriamo il bacino dell’Adda, compresa la parte svizzera al di qua del displuvio (come Val Poschiavo e Val Bregaglia) e esclusa la parte al di là (come Livigno e Valle di Lei).Questa la suddivisione dei 235,818 ettari:
- sotto i 500 metri 11588 pari al 4,9%
- tra 500 e 1000 metri 23759 pari al 10,1%
- tra 1000 e 1500 metri 35209 pari al 4,9%
- tra 1500 e 2000 metri 52806 pari al 22,4%
- oltre i 2000 metri 112456 pari al 47,7%
Basterebbero questi dati per smontare chi pontifica, a vanvera, visto e considerato che il disastro è partito ben oltre i 2000 metri dove c’è ben poco di opera dell’uomo e che sotto i 1500 metri c’é solo il 29,9% dell’intero territorio afferente il bacino dell’Adda.

LA SITUAZIONE. Prefettura (1)
Prefettura, divenuta centro operativo. C’è da fare il punto della situazione pur molto aleatoria per via dell’interruzione delle comunicazioni telefoniche con molti paesi della Valle. Il primo quadro che viene tracciato, ancorché non completo, è desolante. Ne diamo le linee essenziali per due concorrenti motivi. La nostra è una testimonianza dal centro e quindi nel mentre offre una ricostruzione attendibile e soprattutto completa degli eventi non può dare i dettagli che sono stati oggetto di cronaca avendo parlato i protagonisti in sede locale. In secondo luogo c’è al riguardo ampia documentazione mentre quasi nessuna della vita frenetica nella Prefettura dove in realtà ha preso rapidamente forma e poi ha egregiamente funzionato un’organizzazione estremamente complessa che doveva provvedere alle più svariate necessità su un territorio vastissimo sezionato, per così dire, da frane o esondazioni.
Vediamo pertanto le situazioni peggiori quali si presentavano in base alle notizie pervenute in Prefettura:

LA SITUAZIONE. Alta Valle. Valfurva.
Il Frodolfo (21,850 km di corso, sorgente a 2680 metri) fa parte della schiera di corsi d’acqua impazziti. Travolge, erode le sponde, minaccia le case, la strada, una chiesa. Per fortuna non ci sono vittime.Anche qui evacuazioni.

LA SITUAZIONE. S.Antonio Morignone
Il paese è allagato. Acqua e fango. Ad un certo punto nella notte di sabato 18 il materiale blocca l’Adda. Rischio. Statale 38 ovviamente interrotta dal Ponte del Diavolo.

LA SITUAZIONE. Sondalo e paesi a valle
Il Sindaco provvede ad evacuare la gente. Oltre a fango sulla Statale c’è il rischio a monte. Un tappo su un corso d’acqua è la peggiore delle minacce perché se cede di colpo è un cero e proprio colpo di ariete. L’abitato di Le Prese ol più esposto ma anche gli altri.

LA SITUAZIONE. Tirano
Il fiume Poschiavino (3,6 km di corso, emissario dl lago omonimo a 450 metri, ma con corsi d’acqua che vengono da 3000 metri ed oltre) fa parte della schiera di corsi d’acqua impazziti. Non sa che per verdi, ambientalisti, geologi, soloni, profeti del giorno dopo, tutti metropolitani, la ragione è il disboscamento selvaggio e le lottizzazioni abusive, cose che in Svizzera non esistono. Non lo sa e dunque si comporta esattamente come i colleghi valtellinesi, forse anche peggio, Lui, da svizzero, sa solo una cosa e cioè che la natura non riconosce i confini di Stato, ragion per cui, superata, e fortemente castigata, la dogana di Campocologno si avventa verso la Valle dell’Adda.. Un po’ di allagamenti e rischi per la piana. Qui però ci penserà il Presidente dell’Ordine degli Ingegneri che con l’ausilio di pacheristi locali creerà un by-pass nel quale, disciplinatamente, il torrente andrà a infilarsi evitando maggiori danni.

LA SITUAZIONE. Villa di Tirano
Villa di Tirano, il Comune nel quale passa da una parte all’altra della Valle la faglia del Tonale, con l’operazione descritta si salva.

LA SITUAZIONE. Chiuro
Il Valfontana (15,4 km di corso, sorgente a 2850 metri) fa parte della schiera di corsi d’acqua impazziti. Oltre seminare fango e detriti per le vie di Chiuro interrompe i due collegamenti ovesr-est della Valle, sia la Statale 38 che la provinciale per Teglio (non c’era ancora l’alto viadotto sulla panoramica la cui realizzazionee qualcuno, follia, aveva contestato). Fa anche uno scherzetto non proprio piacevole all’orso Ben, di cui si dirà avanti.

LA SITUAZIONE. Piateda
S’è detto in apertura del precedente capitolo.

LA SITUAZIONE. Sondrio
Sondrio è attraversato nel suo tratto urbano dal torrente Mallero (29,030 km di corso, sorgente a 2500 metri con 23 affluenti, alcuni con sorgenti oltre i 3000 metri ed oltre) che fa parte della schiera di corsi d’acqua impazziti, anzi ne è il riconosciuto leader. Non solo impazzito. Si è messo a fare il trasportatore di milioni di metri cubi di materiale in particolare dalla Val Sissone fino in fondo. A Sondrio il tratto urbano è di circa un km e mezzo, di cui circa un km nella parte urbanizzata centrale con poderosi argini, una sezione (30 x 4/5) di circa 120 / 150 mq, A monte però, nell’ampia forra delle Cassandre, di materiale ce ne sta tanto. Meno male che é così anche a valle per via di un ampliamento golenale e, combinazione propizia, di un profondo e vasto scavo poco prima della confluenza in Adda ad opera di un silos. Se nel capoluogo non c’è stata esondazione lo si deve anche a questo scavo come si vedrà in voce a parte.

LA SITUAZIONE. Valmalenco
A parte le interruzioni di comunicazioni, di energia, della strada, unico collegamento, verso Sondrio, e quindi un isolamento nei primi giorni rotto solo dal volo degli elicotteri o da qualche coraggioso che ha superato a piedi l’interruzione stradale prodotta dal Mallero, disagi sì ma rischi gravi per popolazione e abitati no nella parte alta (Chiesa, Lanzada, Caspoggio) ma situazione pesantissima a Torre S. Maria e lungo il corso del torrente con distruzione di ponti e di abitazioni, con evacuazione di numerose famiglie. Paura per il Torreggio con i pericolosi versanti. Basta citare “la frana di Torre”, fra la confluenza dell’Arcogliasco nel Torreggio e quella del Torreggio nel Mallero, da quota 1400 a quota 950. L’impeto delle acque è dimostrato dalla presenza poco dopo i ponti di un grande masso, a memoria, alto un 15 metri e con un volume di alcune centinaia di mc e quindi con un peso di almeno 1000 tonnellate, arrivato lì da chissà dove come fosse un tronco d’albero.

LA SITUAZIONE. Berbenno, Piano della Selvetta, Ardenno
L’Adda esce, la piana è allagata. Vista dall’alto, dalla Chiesa di Buglio, dà l’idea, case a parte, come fosse 2-300 anni fa. In un certo senso si è ripresa quello che era suo. Si dovrà rompere un argine per evitare guai ancor più seri. Dove è entrata nelle case rovina tutto. Si salvano auto, moto e trattori che dovranno fare però una robusta cura in officina. Il segno del livello lo si vedrà per parecchio. Chi vuol vederlo ancora oggi basta che vada all’antica osteria di posta (di quando il bisnonno Vitali, arrivato a Morbegno con la diligenza, diceva “mi gù pressa, vò a pé” e così raggiungeva Sondrio a piedi 25 km oltre) oggi Ristorante La Brace

LA SITUAZIONE. Fusine
Il Madrasco (12,930 km di corso, sorgente a 2250 metri) fa parte della schiera di corsi d’acqua impazziti. Probabilmente è il vice-leader. Entra nell’abitato, sconquassa case, officine,capannoni. Non risparmia neppure il cimitero.

LA SITUAZIONE. Tartano
Di Tartano si è detto. Per fortuna la situazione non peggiora. Si piange. Qualcuno spera di rivedere almeno la salma dei cari dispersi. Ahimé, inutilmente,

LA SITUAZIONE. Talamona, Morbegno, Cosio, Traona, Bassa Valle
Qui le frane lasciano il posto all’alluvione. Rilevanti i danni alle aziende. Fa specie il salmone affumicato, “tornato sott’acqua”, dolce questa volta e con un miliardo di danni. Morbegno resta l’ultimo avamposto per chi arriva da Milano e per merci, attrezzature, quello che serve che arrivano. Da qui molte cose le porteranno ai soccorritori gli elicotteri. Oltre solo gli addetti al soccorso con l’elicottero unico mezzo per collegare le parti di Valle tagliate.

LA SITUAZIONE. Altro
Il quadro non è esaustivo. Mille altre sarebbero le sottolineature, ma abbiamo indicato le principali, il quadro in definitiva che si aveva in quei momenti al centro con le notizie via telefono dove non c’erano le interruzioni, a voce tramite qualcuno che era arrivato in Prefettura, qualche colta rocambolescamente facendo lo slalom tra frane e allagamenti oppure recuperato dagli elicotteri, via radio per qualche altro caso dove c’erano collegamenti con CB. Una cosa era apparsa chiara subito: tutto il sistema sanitario era in perfetta efficienza e pronto ad ogni evenienza. Addirittura al Morelli la stessa sera del 18 era stato predisposto il quinto padiglione per ricevere eventuali evacuati che lì trovavano non solo un tetto ma letti, servizi, cibi caldi, assistenza. Servì subito. Pronte anche altre convivenza (collegi).

LA SITUAZIONE. Prefettura (2)
Zamberletti è instancabile ma anche gli altri dal Prefetto dr. Piccolo allo staff giunto da Roma stanno operando al massimo. Colpisce la freddezza di tutti. Guai infatti a lasciarsi andare alla emotività. C’è la sensazione di una lotta impari ma nessuno molla. Importantissimo il discorso delle priorità. Arriva un assessore del Comune di Sondrio che chiede un elicottero per recuperare sacchi di sabbia - che vengono dati presenti a Colico – per aumentare le difese negli argini del Mallero. L’elicottero non viene concesso. Si è infatti nella fase in cui dal cielo si stanno ancora salvando le persone, alcune addirittura sui tetti. Quando questa priorità è assolta lo si può dare ma si scopre che era arrivata una notizia sbagliata. I sacchetti a Colico avrebbero dovuto esserci ma non ci sono.
Ad una certa ora arriva un caffè. Più tardi persino un panino. Nessuno però si accorge che sono ore, ore, ore che non si dorme, che non si mangia, che non si beve. Il Ministro se la cava con un caffè al mattino e uno nel pomeriggio. Dice che al fronte quando ci sono le disgrazie nazionali è così. E infatti era stato così in Irpinia, dopo il terremoto, per molti di noi. La giornata è lunghissima, ma i dati indicano una diminuzione della eccezionale piena dell’Adda.

TANTA, TANTA ACQUA. MA QUANTA?
Non c’è come usare le cifre nel descrivere situazioni di ogni tipo per disorientare chi ascolta o chi legge. L’esempio più clamoroso è quello del nostro debito pubblico arrivato a luglio 2007 a 1.609,1 miliardi di €uro. Una cifra incomprensibile, non valutabile, tanto lontana è dalle cifre cui quotidianamente siamo abituati. Dire 1.609,1 miliardi di €uro oppure 160,91 miliardi non fa nella comprensione generale grande differenza: restano cifre da fantaeconomia. Se però andiamo a considerare la popolazione italiana, sempre a luglio 2007 pari a 59,131,287, e facciamo il pro-capite, meglio ancora prendendo a base una famiglia di quattro persone, le cose cambiano e i numeri non sono più così astrusi. Li capisce anche un’analfabeta visto che si trova sul gobbo un debito di €uro 27212. Se poi ha una famiglia di quattro persone la relativa quota di debito è, in vecchie lire ancor più comprensibili, di 210 milioni e 762 mila lire, omettendo i rotti.

E così per la quantità d’acqua caduta. I numeri da soli non bastano. Lo dimostra l’atteggiamento non solo di tanti giornalisti – che però non hanno la laurea in una disciplina scientifica – ma anche di cosiddetti esperti per i quali le cifre date avrebbero dovuto chiarire da sole la straeccezionalità dell’evento, cosa che non è successa. Un esperto dovrebbe capire quando viene a sapere che sono caduti anche 305 mm d’acqua in 24 ore (pluviometro in quota non molto lontano da Sondrio). Qualcuno lo ha capito, qualcun altro trascinato dalla foga si è dimenticato di collegare la bocca al cervello sparandole grosse. Per la gente comune cosa vogliono dire? Lo spiegheremo con metodologia simile a quella del debito pubblico. Supponiamo che si abiti un appartamento di 100 metri quadrati (la media qui è quella, qualcuno poco di meno, qualcun altro poco di più). Se non ci fosse il tetto, al termine delle 24 ore cammineremmo con l’acqua sino ai polpacci, esattamente 30,5 centimetri. Nell’appartamento ci sarebbero 305 mila litri d’acqua e la soletta dovrebbe sopportare un peso oltre di trenta tonnellate. Ci si rende conto?
Non però dappertutto è stato così. Prendiamo allora il dato minimo: venerdì 61 mm, 101 il sabato e la domenica, 46. Al termine di questi tre giorni non saremmo a bagno sino al polpaccio ma un po’ meno, comunque sempre a 20,8 cm. Nel nostro appartamento ci sarebbero 20.800 litri d’acqua per un peso di 20,8 tonnellate. In questa situazione minore ci troveremmo pertanto con una quantità d’acqua che basterebbe a riempire, al minimo, un centinaio di vasche da bagno. Ci si rende conto?

ACQUA. IL PUNTO. SULL’ESPRESSO
In tanti non vogliono dunque rendersene conto al contrario di quanto succederà a fine ottobre nella Capitale, quando però prenderemo carta e penna e scriveremo al settimanale “L’Espresso”, che pubbliccherà nel primo numero di novembre, sempre 1987, la seguente nota”
“Egregio Signor Direttore
Tutti d’accordo, da sinistra a destra, a definire eccezionali le precipitazioni nel Lazio giunte sino, udite, a 100 mm di acqua in un giorno.
Quando invece, dopo il 18 luglio in Valtellina, noi avevamo registrato sino a 305 mm di acqua in un giorno, con in più lo spappolamento dei ghiacciai, (nel Lazio non ce ne sono) allora non si è trattato di evento eccezionale ma di “disboscamento” (che non c’è stato, anzi c’è troppo bosco!), di “Lottizzazioni selvagge” (neppure una) et similia.
Colpa insomma di noi Valtellinesi,
Di rigore il classico “NO Comment”
Distinti saluti
Il Presidente: Alberto Frizziero”

LA PIENA DELL’ADDA, UN RECORD STORICO: 1836 m3/s. E LEONARDO DA VINCI
Eccezionale, anzi eccezionalissima. Facciamo infatti riferimento ad una fonte ufficiale, il Consorzio dell’Adda, (Regio Decreto n. 2010 del 21-11-1938 - D.P.R. n. 532 dell’01-04-1978 in attuazione della legge n. 70 del 20-03-1975) che oltre a descriverci la fisionomia del fiume (l’Adda è il quarto fiume italiano per lunghezza, km 313, ed il sesto per superficie di bacino tributario, km 7.959; nasce dalle falde del Pizzo del Ferro circa a quota 2.150 m, attraversa la Valtellina e sbocca nel Lago di Como circa a quota 200 m.s.m.) ci dà il dato che più d’uno a suo tempo aveva messo in discussione, ossia quanta acqua arrivava nel Lago di Como il 18 luglio 1987. Ebbene la portata massima giornaliera media di afflusso al lago, record storico, il 18luglio 1987 fu di m3/s 1836. Per renderci conto di cosa significhi un dato di tal fatta di schematizzerà la situazione sottolineando che, se continuata per 24 ore, una portata di tal fatta comporterebbe in un giorno l’arrivo nel lago di 158.630.400 metri cubi, una quantità d’acqua che basterebbe per gli usi domestici di un anno per un paio di milioni di abitanti. Non solo. Tale portata supera quella media del Po, alla foce e cioè dopo 652 km di corso (1.540 m3/s) ed è 6,8 volte la minima (270 m3/s). I soloni, poveracci, diranno che il disastro è dovuto al disboscamento e alle lottizzazioni selvagge. Vadano a scuola e imparino. Cominciando a rispolverare Leonardo da Vinci: “L’acqua disfa li monti e riempie le valli, e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità, s’ella potesse…”

LA GUERRA DEL MALLERO. LA DIFESA DI SONDRIO
Mallero, ovvero il “Malus rivus”. Un bacino che era di 264,4 kmq per la parte non glaciale e di 55,1 per la parte glaciale, per un totale di 319,5 kmq (“era”; andrebbe ricalcolato alla luce degli ultimi dati sul ritiro dei ghiacciai). La media di un ventennio di precipitazioni è sui 1189 mm/anno.
L’altezza media del bacino è di 2215 metri. I sapientoni, i soloni, i profeti del giorno dopo annotino così come il dato della portata media: 14,55 mc/sec. E di quella massima: 405 secondo il Giandotti, 450 secondo altre fonti. Il 18 luglio ce la siamo andati a misurare - in modo empirico ma in ordine di grandezza ineccepibile -, lanciando un legno dal ponte Matteotti e misurando nel tratto sin quasi al ponte Eiffel la velocità tenuto anche conto dell’avanzamento non rettilineo del fronte d’onda, ovviamente nota la sezione. Quasi increduli: 500 metri cubi al secondo, portata però del tutto poi confermata, anzi per qualcuno si sono sfiorati i 600, cosa probabilmente possibile per un certo periodo. Una guerra combattutissima. Il Mallero che assedia Sondrio e cerca di penetrarvi. Respinto l’assedio nel tardo pomeriggio nella curva di Gombaro grazie anche ad un barbacane a suo tempo realizzato dal genio Civile a sostegno della strada, unica conquista per il Malus Rivus la passerella oggi sostituita da un bel ponte. Allora tenta più in giù, avendo ragione del ponte di piazza Cavour, reso inagibile e quindi condannato alla demolizione. Per quanto la portata sia ad un livello record, come detto dianzi, non tutta l’acqua discesa dal cielo è però presente. A monte per fortuna i serbatoi e i laghi erano abbastanza vuoti. Di acqua ne ha pertanto intercettata tantissima il lago di Alpe Gera a quota 2128 e che ha una capacità di 68,100 milioni di metri cubi con una diga alta 160 metri, a gravità, e un volume di 1.716.000 metri cubi (come da disegni in scala, dentro questa diga ci starebbe tranquillamente il Duomo di Milano). Hanno dato una bella mano anche il Lago di Campo Moro, 10 milioni di metri cubi la sua capacità, il Lago Pirola (1.893.000 mc) e il lago, questo naturale, Palù (1.830.000 mc).
I tre jolly
Tre i jolly, quelli che sono stati determinanti a sconfiggere il nemico, a evitare l’allagamento della città.
- 1) LE DIGHE. Di uno, le dighe, s’è detto. Non avessero intercettato grandi quantità d’acqua non ci sarebbero state difese.
- 2) LA BUCA. Il secondo é stato il silos poco prima della confluenza del Mallero in Adda. A furia di tirar su ghiaia alla foce del torrente, molto ampia, lì si era fatta una buca molto profonda e molto estesa. Spiegando con parole semplici, arrivata la piena il materiale solido in sospensione – e non certo granellini! – ha cominciato a depositarsi nel fondo. Il rigurgito è iniziato solo a riempimento completo e, con il rigurgito il deposito di materiale in fondo al corso del torrente e poi via via risalendo verso monte, ma per arrivare alle prime case ci sono circa 700 metri e allora c’erano argini in destra modesti per cui il materiale ha potuto distribuirsi in una sezione assai più ampia. Importante perché quando, risalendo risalendo, il materiale ha cominciato a depositarsi nella tratto urbano centrale e quindi ad occupare parte, alla fine quasi tutto, della sezione dell’alveo la piena era fortemente diminuita. Non ci fosse stata quella buca che ha notevolmente ritardato il rialzo dell’alveo per il deposito degli inerti, l’allagamento sarebbe stato inevitabile.
- 3) L’OPERAZIONE REBAI. Il terzo è stata quella che vogliamo chiamare, dando merito a chi lo ha, l’operazione Enrico Rebai. E’ lui, titolare dell’impresa Com-Edile che arriva in Prefettura proponendo, Comune di Sondrio d’accordo, di organizzare più imprese che si può e dal Lungo Mallero Cadorna – il sinistro – scavare e portar via il materiale. Una cosa molto positiva dello staff di Zamberletti era il decisionismo. Il Prefetto guarda tutti in faccia. Ci siamo tutti. “Vai!”. Una favola. Sul Lungo Mallero in breve si posizionano 19 escavatori a cucchiaio nella zona centrale e almeno un'altra decina oltre – il massimo, di più non ce ne stavano dovendosi lasciare lo spazio per arrivo e partenza dei circa 200 mezzi impiegati - che cominciano a svolgere freneticamente il loro lavoro. Tiran su il materiale e lo depositano sul cassone del camion che, appena pieno, parte mentre l’altro prende il suo posto. Un lavoro fantastico. In uno dei sopralluoghi mi viene incontro il vigile Bettini, terreo: “’n ghe la fa minga…” e indica un rivoletto che comincia a scorrere dal ponte Matteotti. L’han visto anche i pacheristi. E’ una cosa incredibile vedere allora come si avventano sul materiale e dove trovino le forze per assalire quel materiale ma la sortita dall’assedio riesce e il nemico è ricacciato dentro l’alveo. Neanche un rivolo di qua.
Arrivano il Direttore della Banca d’Italia e la signora Jole dell’Albergo della Posta e chiedono come devono comportarsi. Chi può dare una risposta del genere? Non importa, la diamo. Poi andiamo dallo staff del Ministro a verificare se le indicazioni date vanno bene. Vanno. Passiamo ad altro.
Ad agosto quando ci sarà una ripresa, seppur meno grave, dell’assalto l’alveo, ripulito in una ventina di giorni portando via circa un milione di metri cubi, sarà in grado di accogliere un’altra notevole quantità di materiale. In questa occasione Poschiavo, che non aveva svuotato l’alveo al contrario di Sondrio, subirà danni gravissimi, con l’acqua al primo piano delle case del centro.

I PONTI
Durante la notte di sabato 18 luglio e la domenica un ritornello quasi ossessivo: “è crollato il ponte di…”. Dodici, uno dopo l’altro. Grandissimi timori per il ponte ferroviario sotto il colmo di Dazio tra le stazioni di Talamona e Ardenno, il più grande ponte in pietra delle ferrovie in Italia, ad arco che termina sulla roccia dove la linea si infila in galleria. Fosse crollato per mesi il treno non sarebbe arrivato a Sondrio. Non solo non crollerà ma ai controlli si rivelerà assolutamente normale senza conseguenze. E così sarà per tutti i ponti ad arco in provincia. Nessun danno. Singolare il caso del ponte sul Mallero in comune di Torre Santa maria in Valmalenco. Intatto l’arco centrale, a sinistra e destra dell’arco il terrapieno di congiunzione con le sponde spazzato via.

LE DIGHE
Ad ogni piena c’è sempre stato qualcuno che ha fatto la sua, solita, diagnosi: “Hanno aperto le dighe”. Le dighe contengono oro, visto e considerato quanto vale l’acqua dei bacini idroelettrici, preziosissima, e quindi più cara, nei momenti di punta perché basta aprire il rubinetto, o meglio una saracinesca, e in pochissimo tempo le turbine vanno a regime e gli alternatori immettono in rete l’energia di cui il Paese ha bisogno. Quando Gad Lerdner fece la sua trasmissione “Milano Italia” dedicata alla calamità, presenti anche sindaci irpini, in diretta da Sondrio, scelse come sfondo sul palcoscenico del Teatro l’immagine di una grande diga dalla cui sommità proveniva un flusso di monete d’oro, simbolo di quei 5 - 6 miliardi di kWh che ogni anno vengono prodotti, oltre il 90% uscendo dalla provincia.
Nessuno è quindi così folle di “aprire le dighe”. E’ stato fatto lo scorso anno nel periodo acuto della siccità per salvare i raccolti delle zone del corso sub-lacuale dell’Adda, ma a pagamento, avendo la Protezione Civile provveduto a indennizzare la mancata produzione di energia.
E’ vera invece un’altra cosa. Le dighe immagazzinano acqua fin quando ce ne sta, né più né meno come una vasca da bagno. Quando il livello è quasi in cima l’acqua che arriva dal cielo, e non un metro cubo in più, si infila nello scarico e se ne va. Per il territorio è cioè come se la diga non esistesse, ma nel frattempo notevoli quantità d’acqua sono state trattenute. E’ quello che è successo fortunatamente nel luglio 1987. I bacini erano abbastanza vuoti per cui di acqua ne hanno intercettata tanta evitando che si aggiungesse a quella, tantissima, della piena in corso. Non fosse stato così il disastro sarebbe stato immane.

STRADE E FERROVIA
SS 38 interrotta praticamente tra Morbegno e Berbenno, a Chiuro, a Tirano, a Sondalo. Alta Valle isolata salvo per i coraggiosi il Gavia e il lungo percorso Livigno-Tunnel-Zernez-Maloia-Chiavenna. Impossibilità di raggiungere da Sondrio il Tiranese e viceversa. Isolata la Valmalenco.
Interrotte in vari punti le provinciali. Isolati alcuni paesi. Ferrovia da Milano limitata a Morbegno e interrotta la Sondrio-Tirano.

GLI ELICOTTERI
Cominciano a far pesare la loro presenza gli elicotteri sempre in numero crescente che inanellano missioni su missioni, prioritariamente per recuperare persone rimaste isolate. Poi capiterà anche di dover andare a recuperare un uomo che era andato a prendersi il cane ma era stato sorpreso dalle acque. Rischiosissimo rientro per un ufficiale che aveva collaborato al recupero e poi è rimasto appeso esternamente. Uno dei tanti significativi episodi, protagonisti i piloti, fra i quali in posizione di comando un valtellinese, il capitano Gambetta.

LA GENTE NELLA STAZIONE. E QUELLA CHE ASPETTA A SONDRIO
Il sabato fu emergenza anche nella stazione di Morbegno. Verso sera il treno arrivato da Milano e in partenza per Sondrio viene bloccato dal capostazione Rabbiosi. Per fortuna, perché altrimenti avrebbe dovuto fermarsi più avanti dove l’acqua aveva sommerso i binari con seri problemi per i viaggiatori. Gli altri treni verranno bloccati nelle stazioni precedenti ma intanto c’è parecchia gente che aspetta. Che cosa non si sa perché ovviamente non c’è un quadro della situazione se non la notizia che anche la strada è interrotta per cui non si può ricorrere neppure ad autobus sostitutivi. In Prefettura cominciano ad arrivare parenti o amici dei viaggiatori di cui non sanno più niente. Si tranquillizzano tutti. Intesa con l’Amministrazione di Morbegno, direttamente impegnato l’assessore Zecca, che prende in carico il problema. Disagi (qualcuno resterà in giro due o tre giorni) ma, fortunatamente, non oltre questo. Disagi anche per chi si è trovato in viaggio per la Valtellina e ha dovuto interromperlo, come per chi era qui e doveva rientrare. Ma anche apprensione per la mancanza di notizie di chi, lontano, aveva parenti o amici qui in Valle.

SOLONI, PROFETI DEL GIORNO DOPO, LA GARA A CHI PONTIFICA DI PIU’
Se la calamità ha farro registrare una serie di record di cui avremmo fatto volentieri a meno (portata dell’Adda, portata del Mallero e di altri corsi d’acqua, precipitazioni, zero termico alle stelle eccetera) non c’è dubbio che abbia registrato, almeno nella prima fase, un record di dichiarazioni, di valutazioni, di individuazione delle ragioni del disastro, al minimo da definirsi cervellotiche). Diciamo nella prima fase, perché sbagliare è umano ma perseverare sarebbe stato diabolico, e idiota al tempo stesso, una volta chiarite le circostanze oggettive, con tanto di dati scientifici, che hanno determinato la calamità.
E’ bene farne un piccolo elenco non solo per il significato storico ma da tener presente anche come pro-memoria per il futuro.
Cesare DE SETA. Cominciamo con Cesare De Seta che lunedì 20, quando non si sa ancora quasi niente, pontifica dalle colonne del Corriere insultando “i tutori di queste valli” ecc. ecc.
RENZO ZIA. L’ex Presidente dei geologi italiani, intervistato dal Corriere, sempre lunedì 20, quando non si sa ancora quasi niente, fa una serie di valutazioni, anche giuste, ma che con quello che è successo in Valtellina non c’entrano nulla. Basti pensare che lui si batte per il recupero dei terreni franosi da restituire all’agricoltura e alla forestazione. Dei 1300 dissesti nel 3200 kmq della nostra provincia quanti e quali si presterebbero a questo recupero? A parte naturalmente il fatto che in quasi la metà del territorio nemmeno lui riuscirebbe a far crescere alberi o varietà agricole per il semplice motivo che oltre i 2000 metri, o poco più, le uniche piante che si possono trovare sono quelle dei piedi.
LAMBERTO GRIFFINI. Sempre lunedì 20, quando non si sa ancora quasi niente, il Presidente del Consiglio lombardo dell’Ordine dei geologi, sa tutto: “E’ un’altra catastrofe annunciata. Per correttezza dobbiamo dire che il quotidiano – si tratta de “Il Giorno”, forza il titolo perché il geologo precisa di non avere ancora abbastanza informazioni.
GIANCARLO BOSETTI. Sempre lunedì 20, quando non si sa ancora quasi niente, sull’Unità titola il suo pezzo “Era previsto. Non è bastato” (Forse l’unica cosa prevedibile se non prevista è il volo degli avvoltoi sulle terre squassate oggi da un’alluvione, domani da un terremoto, dopodomani da qualcos’altro.
NINO BOSCO. “Geologo, esperto di pianificazione ambientale” – così viene presentato dall’Unità -sempre lunedì 20, quando non si sa ancora quasi niente, sa già tutto: “Degrado e cemento le cause della tragedia”. Roba da chiodi.
SIRIO, non meglio precisato, sempre lunedì 20, quando non si sa ancora quasi niente, ancora sull’Unità, ha le sue ragioni. Quella principe i “Disboscamenti a tappeto”. Tanto a tappeto in Valtellina che il bosco in pochi anni è salito da 90.000 ettari a 100.000 su circa 160.000 (il territorio sopra i 2000 metri non lo consideriamo in quanto madre natura impedisce che lassù vi crescano le piante.
VERDI. Sempre lunedì 20, quando non si sa ancora quasi niente, tuonano i Verdi sulle colonne di Stampa Sera con un titolo a tutta pagina “Colpa del disboscamento selvaggio”.
GEOLOGI. Sempre lunedì 20, quando non si sa ancora quasi niente, e sempre su Stampa Sera con un bel titolo: “I geologi: tutti inutili i nostri avvertimenti”, persino con uscite dal tema.
IL TEMPO. Sempre lunedì 20, quando non si sa ancora quasi niente, il quotidiano romano sentenzia “I geologi l’avevano previsto”. Sic!
SERGIO ANDREIS. Stavolta martedì 21, quando comunque non si sa ancora quasi niente (in giornata verranno fornite ai giornalisti dati e documentazioni inoppugnabili), il deputato verde dice la sua “Queste non sono solo tragedie annunciate, ma divenute parte di un ciclo quasi regolare”. E Repubblica titola vistosamente “Una tragedia annunciata”.
L’UNITA’. Martedì 21, quando comunque non si sa ancora quasi niente, ha il grande scoop: “La Lega ambiente denunciò i pericoli - Una pista per i mondiali di sci e adesso viene giù tutto. La collega Mirella Acconciamessa, autrice dell’articolo, inventa di sana pianta che la zona dei mondiali di sci di Bormio nel 1985 “ieri è franata”. Se la collega scrivesse per il mio giornale dopo una simile topica avrebbe un solo commento: quello è stato l’ultimo suo articolo. Per umanità potrebbe restare al giornale, ma solo come telefonista, magari anche correttrice di bozze…
E ...dulcis in fundo;
L’INCHIESTA REGIONALE. Ventisette consiglieri di opposizione vogliono la Commissione d’inchiesta e in base alla richiesta presentata il 23 luglio 1987 alle ore 15.45 appunto da questi 27 consiglieri regionali viene istituita con deliberazione n. 542 del 28 luglio 1987 “una Commissione d’inchiesta per accertare cause, dimensioni ed effetti degli eventi catastrofici verificatisi in Valtellina ed in Val Brembana e le eventuali responsabilità”. La delibera stabilisce che la Commissione “chiarisca in particolare entro il dicembre del 1987” nove quesiti.
Oltraggio al pudore, insulto al buon senso, idiozia pura. Degno infatti di cotal menzioni il quarto quesito: “quale influenza sugli effetti disastrosi della alluvione abbia avuto:” e qui il quarto punto di tale quesito “il disboscamento operato in occasione dei campionati del mondo”.
Allucinante, oltre a tutti visto e considerato che era lì ben visibile a tutti, giornalisti compresi, fra tanto sconquasso il perfetto stato della pista Stelvio dove era stato operato il cosiddetto “disboscamento” delle famose 4000 piante di cui aveva parlato tutta Italia senza che nessuno dicesse, salvo noi ma inascoltati, che sopra i 45 cm di diametro erano in tutto 45 e senza dire che solo una ventina d’anni prima lì di piante non ce n’erano. E magari che nella ecologissima Svizzera per i mondiali di Crans Montana di piante – quelle sì, piante e non piantine - ne erano state tagliate 20.000. E un po’ di geografia: Sondrio è a oltre 60 km, Morbegno a 85. Tartano è in quota in una valle laterale, la Valmalenco sale da Sondrio fino a 4050 metri. E via dicendo.

FANFANI
A proposito di protagonismo. Fanfani é ancora Presidente del Consiglio il sen. Fanfani. per qualche giorno ancora in quanto il Capo dello Stato ha già dato l’incarico all’on. Goria. E dice la sua: i Ministri se ne stiano a Roma. In Valtellina va solo il Ministro della Protezione Civile. Gli elicotteri sono preziosi per il soccorso, non vanno distolti per portare a spasso personalità in vena di protagonismo. Tutti gli addetti al soccorso applaudono. E, almeno questa volta, i politici hanno dato una lezione di stile.

MARTEDI’ 21. I DATI
Piove, il cielo è scurissimo. Martedì mattina tutti i giornalisti sono nel salone del Consiglio provinciale. Arrivo dopo esser passato al BIM e alla CCIAA. La rabbia nel leggere la serie di idiozie di cui sopra c’è un campione fa tirare qualche urlo di troppo, con la soddisfazione di sentirmi dire che comunque, visti i dati, era pienamente giustificato. Ho chiamato anche il Presidente della Provincia. Siamo lì per fornire dati e documentazione e rispondere a qualsiasi domanda. Quanto al disboscamento c’è lo studio del dr. Leali che dimostra l’inverso ossia la crescita del bosco. Quanto alle “lottizzazioni selvagge” (le documenterà con una fotografia “Italia Oggi”. Peccato che quella che hanno presentato come esempio di speculazione edilizia non é altro che l’Ospedale Morelli, un vanto dell’Italia nella lotta alla TBC!!!) c’è la situazione urbanistica dei 78 Comuni che si produce e che ne attesta l’inesistenza. Quanto alla cura del Territorio si documenta l’attività della Sezione autonoma di Bonifica Montana, con forse il primo in Italia Piano Generale di Bonifica montana, del 30 aprile 1964, il Piano della Comunità Montana unica di Valtellina, quanto di meglio realizzato nel nostro Paese bloccato negli uffici regionali. E magari anche, essendo stato Sindaco, ricordando come il Comune di Sondrio dal 1983, quindi uno dei primi Comuni in Italia se non il primo, abbia uno studio geologico con una divisione in quattro zone. Non si manca di osservare come oggi ci sia chi lamenti che si sia lasciato accumulare materiale negli alvei. Gli stessi, o comunque persone delle stesse organizzazioni ambientaliste che a suo tempo avevano fatto la guerra agli scavi negli alvei riuscendo, in una provincia come quella di Sondrio, a far mancare gli inerti! Arrivano di rinforzo i tecnici e in particolare viene illustrata la tremenda situazione metereologica. Ci sono colleghi di primo piano un po’ di tutte le testate. L’indomani e i giorni successivi tanti soloni spariscono dalle colonne dei quotidiani e l’informazione viene ad essere oggettiva.

MERCOLEDI’ 22. IL DIETRO-FRONT
Mercoledì 22, quando cambia la solfa, dal “non si sa ancora quasi niente” al “ora ci sono i dati, si sa” c’è il dietro-front. I principali quotidiani riportano le dichiarazioni del Presidente della Provincia e del Presidente del BIM (il sottoscritto) in particolare con i dati sulla straeccezionalità dell’evento, sulla topica del disboscamento o delle lottizzazioni selvagge. Cambia il clima. E, si badi, non si trattava solo di una legittima tutela ma a questa si aggiungeva un chiaro messaggio a Governo e Parlamento nel momento in cui esprimevano la solidarietà del Paese con ingenti stanziamenti non avveniva per riparare a malefatte ma a danni imprevedibili e inevitabili.

SPAZIO PER I VALTELLINESI
Negli organi di informazione ci si rende conto di come veramente stiano le cose. E si dà spazio alle ragioni valtellinesi. Commenti e dichiarazioni dei Presidenti della Provincia Marchini e del BIM (chi scrive) sono raccolti dagli inviati speciali e ampiamente diffusi, Nel mercoledì segnaliamo in particolare Il Giorno che risola “Non abbiamo distrutto l’ambiente”, Il Giornale a tutta pagina: “Coro in Valtellina: è stata una fatalità”; Avvenire: “Così la montagna ci ha traditi” a tutta pagina; Il Manifesto: “Non è colpa nostra”, titolo con grande rilievo; Il Resto del Carlino: “Questo disastro non l’ha causato l’uomo”, titolo a 5 colonne; La Repubblica: “Non sparare nel mucchio”, splendido articolo di Giorgio Bocca; Il Giornale: “Fosse tutta Valtellina”, superlativo articolo di fondo di Indro Montanelli

MA IL COLPEVOLE DA MANDARE IN GALERA COMUNQUE C’É
Vent’anni fa si scriveva: “Per questo fenomeno, pauroso, imponente, rovinoso ed improvviso che ha soprattutto funestato più di 100 chilometri di valle e per il quale, girati e rigirati i dati, controllate e ricontrollate le cose, i verdi e compagnia hanno sì qualcuno da portare in tribunale, e poi in galera per ciò che ha provocato, sempre che ci riescano. Questo qualcuno è Giove Pluvio.

INTANTO NELL’ECOLOGISSIMA SVIZZERA…
Un diario dettagliato e minuzioso descrive la successione degli eventi in quel di Poschiavo, valle omonima, Cantone dei Grigioni. L’inizio::” Cronaca di un disastro. Il 18 e 19 luglio 1987: due date che rimarranno ,nella storia della valle poschiavina per le tragiche conseguenze dell' alluvione. La storia ricorda diversi analoghi cataclismi, particolarmente uno avvenuto nel 1834; nessuno di noi comunque s'aspettava di doverne vivere personalmente uno di tanta violenza e di tanto furore”. La situazione è simile alla nostra: “Durante la notte lo Stato maggiore di crisi deve abbandonare la casa comunale di Spoltrio e rifugiarsi allo «chalet» della stazione; del resto, per il momento, esso non può che assistere impotente al disastro che si va delineando sempre più chiaramente”.
Andiamo alle conclusione del Diario: “LUNEDJ. 20 LUGLIO. Verso le tre del mattino, dopo trenta ore di estenuanti tentativi, Si riesce con le ruspe a deviare il flusso delle acque entro gli argini del Poschiavino. Il quadro del Borgo di Poschiavo e delle zone colpite dall' alluvione è impressionante
e inimmaginabile per chi non vi assiste di persona. Ristoranti, negozi, case private svuotati a pianterreno dei rispettivi arredi, ricolmi di melma e di ogni immaginabile detrito. Il fondo stradale non esiste più, le piazze e le piazzuole sono ricoperte da materiale per un' altezza che varia e raggiunge qua e là anche i due metri. Le automobili sono sommerse dal fango, alcune sono rovesciate e giacciono qua e ./à in un disordine indescrivibile. La gente gira muta, incredula e sbigottita. Con il ritorno del bel tempo si possono constatare i danni gravissimi registrati ovunque; la Vai Mera ha arrecato notevoli danni all' alpe di Camp, la Val da Camp è straripata in più punti inondando Lungacqua, Rugiul e Plansena. Lungo la Vai Varuna è scomparso il ponte a Plan la VaI ed un tratto di strada a sud dello stesso. L'erosione lungo il canale di scorrimento della Val Varuna ha fatto cambiare aspetto all'alveo. Gravi danni sono annunciati anche da Ursé, Quadrada e Selva/Clef. A Cavaione una casa è crollata in seguito ad una frana”.
Leggi diverse e modi di vita diversi, al di qua e al di là della sbarra di confine ma uguale la sorte per la straordinarietà dell’evento che i soloni non ammettevano perché, l’avessero ammessa, non avrebbero avuto di che pontificare balzando all’onore delle cronache nazionali.

RIPRESA
L’impegno di tanti compreso quello, rilevante, dell’Esercito comincia a dare i suoi frutti. Ne è un esempio l’episodio che segue. Lo riportiamo, ancorché marginale, così come gli altri flash che seguono, in quanto tutto serve per ricostruire un contesto neppure immaginabile da chi lo ha vissuto. Lo si vedrà nella terza puntata che seguirà.

FLASH: LA VEDETTA LOMBARDA, ANZI SONDRASCA, PER LA VALMALENCO
Un tempo la lettura del “Cuore” di De Amicis era obbligatoria ma non perché fosse imposta, e uno dei racconti che attirava di più era quello della “Piccola vedetta lombarda”. (1859, guerra per la liberazione della Lombardia, dopo la battaglia di Solferino e San Martino, vinta contro gli Austriaci). Un accostamento venuto in mente pensando ad un altro episodio di quei giorni. Ne erano passati tre, la Provincia aveva fatto miracoli per ripristinare almeno un parziale transito sulla strada provinciale della Valmalenco. Non c’era il placet per la riapertura perché sul versante orografico sinistro nella zona di Dagua, nella parte alta e soliva del crestone occidentale del Monte Palino, era segnalato il pericolo di frana o di colata di fango. Il Prefetto si dichiara d’accordo con una nostra proposta, convincendo gli altri, che la strada potrebbe essere riaperta se venisse presidiata. Non si trova come fare. Il generale Muraro mi mette a disposizione l’elicottero, non può i soldati che non sono in grado di valutare un eventuale pericolo. Chiamo Celso Ortelli, mitico capo della zona del Soccorso Alpino. Spiego la situazione. Lui è impegnato ma la “vedetta sondrasca” ce l’ha, il figlio. Sceglie il punto di osservazione da cui tenere sotto controllo la zona di Dagua per avvisare via radio, nel caso di eventuale distacco onde bloccare il traffico, Da notare che a Chiesa c’è molta gente bloccata, compreso un gruppo di ragazzi milanesi che il Comune di Milano vuole riportare giù, peraltro per nulla contenti i ragazzini. C’è inoltre da assicurare i rifornimenti, sia di alimentari, freschi in particolare, che di medicine. C’è l’autorizzazione, ovviamente per le sole ore di luce, l’elicottero va su, la “vedetta” si posiziona, dà l’OK via radio e finalmente l’isolamento della Valmalenco è rotto. Un solo inconveniente. Con tante cose che freneticamente si stanno facendo, il tempo passa, sta arrivando il buio e Ortelli junior è là che aspetta che l’elicottero lo venga a prendere. Meno male che il generale Muraro capisce la situazione. E’ l’ultimissimo volo della giornata. E anche l’indomani, grazie alla “vedetta sondrasca” la strada resterà aperta.

FLASH: ANIMALI: L’ORSO BEN
A Chiuro, poco a monte del ponte sul Valfontana della provinciale per Teglio c’erano le vasche del centro ittiogenico, spazzate via dalla piena del torrente. Poco oltre c’era la gabbia dell’orso Ben. Ormai adulto gli avevano costruito una grande gabbia spaziosa. Alcuni volontari provvedevano al suo mantenimento, a rifornirlo di cibo e acqua. La situazione dell’alveo, con ingente apporto di materiale solido, avevano fatto pensare ad una drammatica fine del plantigrado. Calmatasi la furia degli elementi, ridotta la portata del torrente, qualcuno si avventurò lungo l’alveo. Quale sorpresa! La gabbia era piena di materiale inseritosi a pressione tra le sbarre della gabbia e via via alzatosi sin quasi al soffitto. L’orso Ben sembrava un tappeto. Quasi orizzontale, le quattro zampe stese anch’esse orizzontalmente, la testa stretta tra materiale e soffitto. Fu un’impresa prima dissetarlo e poi alimentarlo, ma poco alla volta la gabbia fu svuotata. Ora si trova allo zoo-safari di Fasano in Puglia dove ha trovato anche una compagna che conseguentemente non gli farà certo rimpiangere la Valtellina dov’era invece solitario e quindi scapolo (la sua foto a www.puntointernet.com/naturalia/ve117.htm ).
Animali: le mucche nella Piana di Berbenno
Se la vicenda dell’orso Ben ha avuto un lieto fine non così è stato per una dozzina di mucche nella piana di Berbenno.

FLASH: ANIMALI: LE DODICI MUCCHE. VEGETALI: I SALICI.
Nella piana della Selvetta dodici mucche annegate. Ognuno con la testa rivolta a destra, appoggiata sul collo della vicina, tranne l’ultima con la testa volta a sinistra. I tecnici spiegheranno che l’acqua penetra nella mucca in immersione.
Dagli animali ai vegetali. Il Capo dell’Ispettorato Forestale dr. Bresadola, qualche settimana dopo la calamità mi chiederà se ho visto cosa sta spuntando in quell’enorme distesa di sabbia e polvere on cui l’alluvione ha trasformato il Piano della Selvetta. Rispondo che sì ho visto che sta spuntando in gran quantità una strana erba. Il dr. Bresaola spiega l’arcano: “si tratta di salici”, ci sono miliardi di piantine minuscole che stanno crescendo. Habitat ideale ed esplodono. Ma per noi è un segno di riconciliazione con la natura.

Alberto Frizziero – 2 – continua

www.gazzettadisondrio.it – 30 VII 07 – n. 21/2007, anno IX°
TRE  cap1528luglio

Capitolo decimoquinto. LA TERRIBILE CALAMITÀ DEL 1987.. UN PAESE SEPOLTO. VENT’ANNI DOPO (terza parte)
Un immenso cantiere – Vittime: bilancio pesante ma poteva essere molto peggio – Svizzera. Stesso disastro: la natura non conosce confini – I collegamenti: treno, strade, telefoni – I soccorritori – Presidente Fanfani: Ministri a Roma – Ministro Fanfani: medaglia al valor Civile per la Valtellina – Censimento danni – La Regione: un fulmine - Si ai mondiali di basket a Bormio - 27 luglio. Fine dalla fase acuta dell’emergenza. Lo si credeva - 28 luglio . Tragedia. Un paese sepolto. L’emergenza continua - 28 luglio. Via Zamberletti - Le proteste – Stampa nazionale: un coro – Gaspari -
Alberto Frizziero

UN IMMENSO CANTIERE
La valle è un immenso cantiere. I valtellinesi in campo. Lo sono stati non dai primi momenti ma anche prima, quando, sia pure non dappertutto, s’è capito che marcava male. Lo hanno capito i tecnici ma anche gli amministratori e la gente comune. Chi vive in montagna convive con la montagna, ne conosce gli aspetti positivi, ne avverte i sussulti negativi. Diceva un abitante della Valmalenco, durante l’imperversare del maltempo, di avere scorto in una fugace apparizione delle vette le cime pulite, senza neve e di avere subito, commentando con altri, tratto funesti auspici. I meteorologi parleranno del fenomeno ossia dello zero termico a 4000 metri e quindi della pioggia, cosa inaudita, sul Bernina. Per quel “malenco” e gli altri quelle cime pulite volevano dire piene del Mallero, del Lanterna, di tutti gli affluenti. Volevano dire grande sussulto negativo della montagna.

VITTIME. BILANCIO PESANTE MA POTEVA ESSERE MOLTO PEGGIO
Il doloroso bilancio di vite umane è legato sostanzialmente a due eventi: Tartano e quello che avverrà ad Aquilone. Poi due pastori mentre venerdì 24 si aggiungerà l’uscita di strada di una campagnola dal tracciato della vecchia ferrovia décauville Gaggio-Armisa. C’erano a bordo il Direttore Generale Zuccoli, oggi n. 1 di AEM, il Direttore Valtellina Caprai, il geom. Zecca e l’autista Ramponi. Impressionante il racconto fatto a chi scrive e all’ing. Marchini da Zuccoli, risalito in qualche modo dal burrone dopo il volo di 150 metri per dare l’allarme. Salvo solo, con lui, il geom. Zecca. Non ci saranno altre vittime escluso, come detto Aquilone.
L’enormità dell’evento, la scala del disastro documentata dai danni lasciati dietro di sé, non ha infatti e per fortuna avuto quel tributo di vite umane che si è corso il rischio di dover contabilizzare, anche per il precipitare degli eventi nel giro di poche ore, quel pomeriggio inoltrato del 18 luglio. Di un sabato estivo, dunque di un giorno in cui l’organizzazione complessiva della società si rilassa. Chiusi uffici, aziende, imprese con la gente a spasso o comunque a casa propria con le difficoltà conseguenti di attivazione delle difese. Un solo esempio al riguardo: in Valfurva segnalavano alla Prefettura l’urgenza di un intervento. Le ruspe c’erano ma i pacheristi non erano in condizione di arrivare per via delle interruzioni stradali. Elicottero Sondrio-Valfurva, uomini al lavoro, pericolo fronteggiato e poi scongiurato. Grande capacità complessiva di reazione, misurata, razionale, per nulla emotiva, anche con molta fantasia. Da quel lago di fango che era Fusine il Sindaco Compagnoni segnalava una delle tante necessità impellenti fronteggiabile solo con l’eli-intervento. Sì, ma dove? “Metti lenzuola in croce per segnalare un punto sicuro di atterraggio”. A Torre Santa Maria il Sindaco aveva fatto sgombrare le case a fianco del Torreggio già la sera prima. Le case sono andate, la gente no. Nella piana della Selvetta veniva scelto di rompere, e lo si faceva, l’argine dell’Adda in corrispondenza del bacino dell’ENEL per lasciare defluire l’acqua come fosse un’espansione golenale diminuendo la pressione e riducendo i danni.
Impossibile un quadro completo di tutti gli interventi compiuti sin dalle prime ore o, come dianzi detto, anche prima. Tanti. E, totalmente o parzialmente, risolutivi nei limiti ovviamente di quel che poteva fare l’uomo contro una natura scatenata come forse mai in passato, almeno negli ultimi secoli. Ricordiamo ancora che si è arrivati, a pochi km da Sondrio, persino a 305 mm di acqua in un giorno. E’ come se in un appartamento di 100 metri quadrati ci trovassimo dentro 30500 litri di acqua, più di 30 tonnellate. Ma anche dove di acqua ne è venuta “solo” 100 mm in un giorno, è come se in quel nostro appartamento alla fine della giornata ci trovassimo 10000 litri di acqua, quanta ne basterebbe per fare 100 bagni (fonte: Hera) nella nostra vasca di casa.

SVIZZERA. STESSO DISASTRO: LA NATURA NON CONOSCE CONFINI
Riprendiamo dalla pubblicazione di un centinaio di pagine, con quasi 200 fotografie, “Val Poschiavo, 18/19 7 1987 - Cronaca di un disastro – Nacht kam der Berg… - Une vallée en ranger”, stampata in offset dalla Tipografia Meneghini di Poschiavo nell’ottobre 1987 una sintesi di quel che è successo là. La Natura non conosce i confini amministrativi, neppure quelli di Stato e men che meno quelli virtuali stabiliti da quei “soloni” che ai pasticcioni italiani distruttori del territorio contrappongono gli ecologissimi svizzeri. Di tutt’altro avviso dunque la Natura segue le sue di regole, di qua e di là dal confine. Fa piovere a 4000 metri di qua e di là del Bernina, apre le cateratte in misura straordinaria di qua e di là del confine, erode le morene di qua e di là del confine, trasporta il materiale solido di qua e di là del confine. Leggiamo il racconto degli svizzeri.

“SVIZZERA.Cronaca di un disastro
Il 18 e 19 luglio 1987: due date che rimarranno ,nella storia della valle poschiavina per le tragiche conseguenze dell' alluvione. La storia ricorda diversi analoghi cataclismi, particolarmente uno avvenuto nel 1834; nessuno di noi comunque s'aspettava di doverne vivere personalmente uno di tanta violenza e di tanto furore…

SVIZZERA.sabato 18 luglio
- Dopo alcuni giorni di pioggia intensa e continua il Poschiavino ed i suoi affluenti, particolarmente quelli del versante ovest, sono enormemente ingrossati e minacciano di straripare da un momento all'altro. Già fin da mezzogiorno i pompieri, più tardi anche la Protezione civile e numerose imprese
private sono in stato d'allarme.
- Verso le 15 una prima frana di una certa consistenza scende dal Suicull di Golbia, a sud di Miralago; il fiume in piena riesce a smaltire il materiale, impedendo la formazione di una diga.
- Alle 17 il Saiento scatena un finimondo, riversando una enorme quantità d'acqua e di materiale nella zona dei Casai. L'allevamento di suini situato nelle vicinanze viene devastato e numerosi animali periscono nelle acque. Nello stesso momento nel comune di Poschiavo lo stato d'emergenza si registra in particolare a Le Prese e nella Squadra di Basso, dove la fuoruscita del Poschiavino sembra imminente; a Le Prese, grazie al provvidenziale intervento dei pompieri, si riesce ad evitare il peggio.
- Alle 18 tracima la Vai da Pednal ed inonda l'abitato di Viale sia nella parte sud che in quella nord.
Contemporaneamente straripano la Vai da Guli e la VaI da li Acqui e devastano le zone dei Pradei, di Clalt e della Rasiga. Il versante sinistro della valle e i ruscelli che vi scorrono non destano invece gravi preoccupazioni. Nel Comune di Brusio nel frattempo la furia del Poschiavino asporta gran
parte degli argini, danneggia i cavi dell' energia elettrica e del telefono, mettendo a disagio la popolazione, che non è più in grado di comunicare verso l'esterno. La strada cantonale vien inghiottita dal fiume in piena per decine di metri a sud del ponte di Zalende e fra le dogane di Campocologno e di Piattamala. Alcune case ed aziende a Li Geri vengono inondate e gravemente
danneggiate.
- Verso le 18.15 la strada e la ferrovia lungo il lago vengono interrotte per un centinaio di metri da una frana proveniente dalla Val dal Crodoloc; Poschiavo e Brusio sono isolate l'uno dall' altro. Le comunicazioni fra i due Comuni saranno possibili per vari giorni solo per mezzo di barca o di elicottero.
- Alle 18.30 vien convocato lo Stato maggiore di crisi del Comune di Poschiavo; nella casa comunale di Spoltrio vien installato il centro operativo.
- La vera catastrofe deve ancora arrivare. Verso le 21 i rigagnoli d'acqua che già da diverse ore scorrevano lungo le strade scompaiono improvvisamente, ma destano più curiosità che preoccupazione nei vari curiosi che sostano lungo le strade. Nei momenti successivi a più riprese le ondate di materiale alluvionale provenienti dalla Val Varuna formano degli sbarramenti
temporanei all'altezza del ponte di Toni Moru. Verso le 22.30 una frana di proporzioni impressionanti si scarica sul cono di deiezione di Privilasco e nel Poschiavino, ostruendo il deflusso. Pian piano si va formando un lago, di cui si avverte impotenti la pericolosità. Dall' autorità comunale parte l'ultimo messaggio via radio prima che le comunicazioni siano definitivamente
interrotte: è un invito alla calma ed una raccomandazione a restare in casa, possibilmente nei piani superiori, ed a preparare i mezzi di fortuna per affrontare l'emergenza. A più riprese là diga cede parzialmente, rovesciando sul Borgo dalla strada cantonale lungo il Fulon acqua, fango e detriti. Il ponte di Cimavilla risulta ben presto otturato; le masse infuriate di acqua, legname ed ogni sorta di
materiale si riversa lungo la Via da Spultri, la Via da la Pesae la Via da Mez verso sud; dalla Piazza comunale le acque ed il materiale si dividono in altri torrenti impetuosissimi lungo la Via dal Cunvent e la Via dal Poz, la Via da Mez, la Via dal Pedriéil e la Via Olimpia, la Via di Puntunai e le numerose vie e «burchi» trasversali fino ai Cortini. Tutte le linee elettriche e telefoniche
sono messe fuori uso dalle acque.

SVIZZERA.Domenica 19 luglio
Durante la notte lo Stato maggiore di crisi deve abbandonare la casa comunale di Spoltrio e rifugiarsi allo «chalet» della stazione; del resto, per il momento, esso non può che assistere impotente al disastro che si va delineando sempre più chiaramente. All' alba entrano immediatamente in azione tutti i mezzi disponibili, nel tentativo di porre rimedio alle acque e farle rientrare nel letto naturale. Il centro operativo dello Stato maggiore di crisi vien dislocato all'ospedale San Sisto, da dove vengono coordinati i primi interventi di salvataggio, in modo particolare con l'impiego di elicotteri; questi ultimi si rivelano provvidenziali, talché nel corso della giornata si possono evacuare tutte le persone in pericolo; esse trovano rifugio nelle scuole di Santa Maria. Durante tutta la giornata la pioggia cade incessantemente e solo verso sera riappare uno sprazzo di sereno.

SVIZZERA.Lunedì 20 luglio
Verso le 3 del mattino, dopo trenta ore di estenuanti tentativi, si riesce con le ruspe a deviare il flusso delle acque entro gli argini del Poschiavino. Il quadro del Borgo di Poschiavo e delle zone colpite dall' alluvione è impressionante inimmaginabile per chi non vi assiste di persona. Ristoranti, negozi,case private svuotati a pianterreno dei rispettivi arredi, ricolmi di melma e di ogni immaginabile detrito. Il fondo stradale non esiste più, le piazze e le piazzuole sono ricoperte da materiale per un' altezza che varia e raggiunge qua e là anche i due metri. Le automobili sono sommerse dal fango, alcune sono rovesciate e giacciono qua e ./à in un disordine indescrivibile. La gente gira muta, incredula e sbigottita. Con il ritorno del bel tempo si possono constatare i danni gravissimi registrati ovunque; la Vai Mera ha arrecato notevoli danni all' alpe di Camp, la
Val da Camp è straripata in più punti inondando Lungacqua, Rugiul e Plansena. Lungo la Vai Varuna è scomparso il ponte a Plan la VaI ed un tratto di strada a sud dello stesso. L'erosione lungo il canale di scorrimento della Val Varuna ha fatto cambiare aspetto all'alveo. Gravi danni sono annunciati anche da Ursé, Quadrada e Selva/Clef. A Cavaione una casa è crollata in seguito ad una frana. Purtroppo sono da segnalare anche due vittime, anche se solo indirettamente causate dall'lluvione: il 68enne Enrico Bontognali, perito nella notte fra il 19 ed il 20 luglio nel tentativo di mettersi in salvo, ed il l.ten Heinz Kobelt di Riithi (SG), morto in un incidente militare il 27 settembre 1987 nel corso degli interventi per il ripristino della Val Varuna” Va ricordato che la successiva piena dei primi di settembre, mentre a Sondrio non fece danni in quanto il Mallero era stato svuotato nel percorso urbano del milione di metri cubi di inerti che l’avevano colmato, provocò danni molto gravi a Poschiavo in quanto l’alveo del Poschiavino non era stato liberato dal materiale portato il 18 e 19 luglio. Poche variazioni infine nei testi in tedesco e francese. Singolare che solo in questa versione compaia l’esortazione conclusiva: “C’est à présent aux habitants de Poschiavo, avec l’appui de leur Autorités de continuer avec courage et persévérence l’oeuvre de restauration et de renouveau déjà bien commencée”.

ZONE ALLAGATE DALL’ACQUA? NO, PEGGIO
Torniamo in Valtellina, nelle zone allagate. Dall’acqua? No. La gente che ha avuto un livello basso nelle case appena diminuito questo livello va a vedere la situazione. Da fare cascare le braccia. C’è chi avrebbe avuto pochi danni, se si fosse trattato di acqua. Non è, appunto, acqua ma un liquido certe volte anche maleodorante con tracce di idrocarburi che lasciano tracce multicolori, con fango e chissà cos’altro in sospensione visto che l’alluvione ha trascinato via di tutto, animali compresi.
C’è poi chi ha la casa in posti dove il livello è stato più alto. Via tutto, mobili compresi. Non parliamo ovviamente delle cantine. Il peggio è però, ovviamente, per chi la casa l’ha persa e con la casa, per molti, il proprio passato: gli ambienti di una vita, quadri magari di nessun valore artistico ma di grande valore effettivo, ricordi di famiglia, le proprie fotografie. Tutto.
Si salvano diverse auto, moto, trattori e macchine utensili. C’è chi infatti dice di esserci riuscito con robusti lavaggi, in qualche caso smontando motori ed altre parti. Altri però lamentano danni non recuperabili soprattutto per la parte elettrica. C’è anche la tradizione contadina ed ecco il lamento di chi ha visto compromessa la produzione e incerto il futuro dei propri terreni.
Gli inviati speciali sono comunque stupiti per un fatto, abituale in qualsiasi calamità: pur in condizioni difficili, per alcuni critiche (chi nel fango fin oltre al ginocchio con gli stivaloni da pescatore), la gente non si lamenta.

Eravamo a mercoledì. La valle immenso cantiere. Il centro operativo in Prefettura a regime. Le comunicazioni, pur tra difficoltà e deviazioni, riprese tranne l’Alta Valle. I telefoni riattivati a tempo di record e anche con soluzioni avanzate dopo che ne erano andati fuori uso 30.000. Per le comunicazioni ci sarà anche, uno dei primissimi, un circuito via satellite curato dall’Esercito, del quale diremo più avanti. Problemi fondamentali. Da isolati ci si accorge cosa vuol dire che i treni non vanno, le strade sono interrotte, non si può comunicare perché o telefoni sono muti. E se l’isolamento dura si prova cosa vuol dire essere assediati, per viveri, medicine e via dicendo. E meno male che ora ci sono gli elicotteri

I COLLEGAMENTI: TRENO, STRADE, TELEFONI
Viabilità
Già mercoledì 22 la situazione dei collegamenti era stata, ove possibile e cioè Alta Valle esclusa, complessivamemte sistemata.
- Nessun problema in Valchiavenna.
- Statale 38 percorribile per oltre 80 km da Colico a Sondalo con brevi deviazioni per i lavori di sistemazione in corso a Morbegno, Forcola (Piano della Selvetta), Chiuro, Tirano.
- Provinciale per la Valmalenco apertura condizionata, da giovedì libera
- Bormio-Livigno transitabile con prosecuzione per Chiavenna o Merano via tunnel della Drossa – Svizzera. Bormio è infatti raggiungibile soltanto attraverso un lungo giro in Svizzera. L’alta Valfurva solo attraverso il Passo del Gavia.
Bus
- Zona di Morbegno regolare il servizio per Tartano (stop a Campo) e Paniga (stop a Campovico)
- Zona di Tirano: regolare il servizio Tirano-Aprica Edolo e Tresenda Teglio; la linea Tirano-Sondalo-Ospedale Morelli richiede il passaggio a piedi (1 km) tra Sondalo e Bolladore
- Alta Valle: regolare il servizio Bormio - Livigno e Bormio - Madonna dei Monti. Ogni ora corse da Bormio per Cepina e per Madonna dei Monti
- Linea Autostradale Milano Piazza Castello – Bormio Corsa giornaliera alle 7.30

Treno
- Servizio regolare da Milano a Morbegno.
- Bus sostitutivi per i 25 km sino a Sondrio. Previste sei coppie giornaliere di autobus con una percorrenza di circa un’ora e mezza dovendosi salire in quota per il percorso d’emergenza
- Servizio sostitutivo con bus da Sondrio a Tirano (25 km). Con quattro coppie giornaliere di autobus.
- Ancora da definire la Tirano-Poschiavo-S.Moritz

I SOCCORRITORI
Se le prime ore erano state affrontate dai valtellinesi con molta determinazione e con i mezzi reperibili in loco, la solidarietà dell’intero Paese si è rapidamente manifestata. Oltre ai Vigili del Fuoco, locali e quelli venuti da via, come per le Forze dell’Ordine, la Croce Rossa, gli Alpini, le organizzazioni di volontariato arrivo in forze dell’Esercito. Tracciamo un bilancio della presenza militare giovedì 23 sulla base delle informazioni ufficiali di allora:
- Il terzo Corpo d’Armata ha 1240 uomini, 145 automezzi e 75 mezzi speciali (ruspe, escavatori, cingolati) della Brigata Legnano. Il secondo battaglione Genio ha 16 mezzi speciali.
- Il quarto Corpo d’Armata ha 900 uomini, 133 automezzi, 31 mezzi speciali e 6 d’uso logistico della Brigata Orobica (battaglioni Tirano, Bergamo, Trento, Bolzano, Orta).

L’Esercito è dislocato in tre gruppi di forze.
- In Alta Valle il IV Corpo d’Armata Alpino, 1 aliquota da Tirano verso Bormio con 4 complessi di intervento, 1 da Bormio con un complesso. Alimentazione dal centro logistico dell’Orobica al Tonale.
- In Bassa Valle opera il III Corpo d’Armata con due complessi. Ol primo tra Tirano e Morbegno con 1 battaglione meccanizzato bersaglieri, 1 reparto Comando e Trasmissioni, 1 battaglione fanteria Genio, 1 centro logistico.
- Il secondo nel settore autonomo di Morbegno con 1 battglione 67 meccanizzato.
- A Sondrio 1 gruppo squadra elicotteri ALE con un secondo distaccamento a Cepina. 90 uomini di varie unità con 28 elicotteri (venerdì in totale 35 con altre forze ma senza i privati convenzionati). Gli elicotteri sono l’AB 206 ricognizione, AB 205, 212 e 412 da trasporto medio; inoltre i CH 47 da trasporti pesanti.
Al giorno 23 ben 344 missioni con 452 ore di volo. 1543 le persone soccorse, 461 quintali di materiali trasportati e 525 di viveri.
- Il Genio dell’Esercito provvede a posare ponti a Campo Franscia, Torre (Torreggio e Mallero), San Giacomo (Adda).
L’Esercito ha attivato, con Telespazio, un ponte via satellite per videoconferenza.

- Aeronautica: campagna di aerofotogrammetria.
- Polizia: 200 uomini con 35 automezzi e 3 elicotteri
- Polizia Stradale: 81 uomini con 29 mezzi.
- Guardia di Finanza: 15 ufficiali, 34 sottufficiali, 177 militari, 5 unità cinofile, 2 elicotteri, 34 automezzi e una vedetta nell’Alto Lario.

- Elicotteri: non va poi dimenticato l’apporto degli elicotteri privati, a cominciare da quelli dell’Elitellina, in volo sino dalle prime ore, e di alcune compagnie private.

- Volontariato: 967 uomini della protezione Civile ANA, suddivisi in gruppi, CRI, Soccorso Alpino, Radioamatori, Scouts.

- Sanità: Tutte le strutture ospedaliere a regime. All’Ospedale Morelli predisposto fin dal giorno 18 il nono padiglione per accogliere gli evacuati. Da notare che nelle primissime ore era cominciata l’evacuazione in Sondalo: 342 persone da Le Prese, 319 da Mondadizza, 234 da Grailé. Da Sondalo centro si è arrivati anche a 2300. Inoltre legge regionale per l’Alta Valle, illustrata più avanti.

- SIP: 150 uomini+50. Ripristinatte 30.000 linee e 10 centrali con l’eccezionale (in 48 ore!!!) istituzione di un nuovo ponte-radio Sondrio-Sondalo. Riattivato definitivamente il radiotelefono nel tratto Morbegno-Tirano e attivato il ponte-radio in Valchiavenna. In mancanza di energia in funzione i gruppi elettrogeni.
- Localmente: si aggiunga l’apporto in sede locale: FFSS, ANAS, Provincia, Comuni, società idroelettriche, imprese e gli stessi privati dell’industria, dell’artigianato, dell’agricoltura, del turismo.

Questa la situazione al giorno 23. Ulteriori incrementi, in particolare di elicotteri, dopo il 28 luglio.

PRESIDENTE FANFANI. MINISTRI A ROMA
Il Presidente della Repubblica aveva conferito l’incarico di formare il nuovo Governo all’on. Giovanni Goria ma intanto era ancora in carica – lo sarebbe stato sino al 28 – il Governo Fanfani.
Provvidenziale la decisione del Presidente del Consiglio di vietare ai Ministri, salvo quelli interessati, Protezione Civile e Lavori Pubblici, di andare in Valtellina. Decisione accolta con grande favore dallo staff in Prefettura a Sondrio. Dicevano infatti i protagonisti di altri interventi, specie nelle zone terremotate, che l’arrivo di personalità obbliga a distrarre mezzi, in primis gli elicotteri, e uomini dalle missioni caratterizzate, soprattutto nella prima fase, da obiettive urgenze. Meglio che non venga nessuno, salvo naturalmente quelli la cui presenza è anzi sollecitata, primo fra tutti l’on. Zamberletti, oltre a tutto di casa in Valtellina con, fra i suoi fans molti dei quali con esperienza comune in Friuli, anche persone politicamente agli antipodi.

MINISTRO FANFANI. MEDAGLIA AL VALOR CIVILE PER LA VALTELLINA
Restiamo a Fanfani, anche se andiamo avanti nel tempo.
A settembre del 1987 nella sua qualità di Ministro dell’Interno, parlando significativamente a 1700 allievi Vigili del Fuoco, ha comunicato la decisione di attribuire alla gente di Valtellina la medaglia d’argento al valore civile per il comportamento tenuto nel momento della calamità.
Era questa la richiesta che chi scrive, d’accordo con i suoi collaboratori, aveva rivolto dal giornale che dirigeva, “Centro Valle”, il più diffuso della provincia con questo appello: “Medaglia d’oro al Valor Civile alla Provincia. Questo riconoscimento morale sanzionerebbe quello che è stato il riconoscimento pressoché generale di tutti gli osservatori, di tutta la stampa per come la nostra gente, dalle sue rappresentanze istituzionali, politiche, economiche, sociali, culturali all’ultimo dei convalligiani ha affrontato il dramma. E questo sin dai primissimi momenti. In cento km di valle particolarmente flagellati, e con valli relative, è stato definito un miracolo che non ci sia stato né un morto né un ferito durante il cataclisma. Anche merito dei soccorsi, degli elicotteri, non c’è dubbio, ma nei primi momenti, neanche brevi, Sindaci, amministratoti, gente e, perché dimenticarli, parroci hanno saputo autoorganizzarsi, fronteggiare i pericoli, in taluni punti immani, salvare vite umane, animali, beni. Le evacuazioni non sono state tante rotta di Caporetto, ma ripiegamenti controllati, continuando a tenere insieme le Comunità e a tenere alto il morale della gente, di gente che nell’incombente pericolo di vedere distrutta una vita di sacrifici, se fosse successo il disastro, di dover ricominciare da zero, ha dato esempio e lezione di ciò che rende nobile l’uomo, innanzitutto di dignità e di valori.
Retorica? Ma neanche per sogno.
Il riconoscimento della Nazione spetterebbe a tanti, anche venuti da fuori. Lo si sintetizzi nella medaglia d’oro al valor civile alla nostra provincia, non per vanagloria (sarebbe contraddittorio) ma come simbolo, in un epoca che assume come simboli le “Madonne” (quelle con iniziale minuscola e che cantano) o, per altri versi, le onorevoli Cuccioline piuttosto che arteriosclerotici alla Pannella dalla droga libera, della permanente validità dei valori”.

CENSIMENTO DANNI
Si cerca di rientrare nella normalità.
La valle, dicevamo, è un immenso cantiere ma c’è un’altra Valtellina al lavoro. E’ quella degli amministratori, dei parlamentari e dei consiglieri regionali, dei tecnici dello Stato, della Regione, degli Enti Locali, delle forze economiche e sociali. Si sta cercando di fare un primo censimento dei danni, in modo il più possibile analitico perché il risultato finale corrisponda il più possibile alla reale entità del disastro. Il Governo per sua parte, la Regione per la sua, stanno per intervenire ma occorre fornire a supporto quanto più possibile materiale conoscitivo, accertato.
Sarà un bel lavoro, tale da consentire subito un primo Decreto con consistenti finanziamenti alla Valtellina e alle zone adiacenti nelle province confinanti.

LA REGIONE: UN FULMINE
Si cerca di rientrare nella normalità
A poco più di una settimana dall’inizio della calamità il Consiglio Regionale approva tre leggi. La prima stanziando 130 miliardi come anticipazione sui fondi dello Stato e stabilendo procedure semplificate. La seconda provvede ad un primo stanziamento di 1,5 miliardi, da aggiungersi ai fondi CEE e ad altri, per le famiglie delle vittime. La terza riguarda la materia sanitaria, delicata per l’interruzione dei collegamenti. Dotazione per l’ospedale di Bormio: servizi di degenza per medicina, chirurgia, ostetricia e ginecologia, ortopedia e traumatologia; servizi di pediatria, pronto soccorso, laboratorio di analisi radiodiagnostica, anestesia e dialisi per 70 posti letto complessivi. Primo finanziamento di cinque miliardi.

SI AI MONDIALI DI BASKET A BORMIO
Si cerca di rientrare nella normalità.
Era in programma il 3° Campionato del Mondo di Pallacanestro Juniores dal 23 al 30 luglio a Bormio. Fare, non fare? Decisione indubbiamente sofferta ma positiva: si fanno, dal 29 luglio al 5 agosto. Alla vigilia la nuova mazzata con la frana di Val Pola. Altra sofferta decisione per il SI. Italia e USA giocheranno con il lutto al braccio.

27 LUGLIO: FINE DELLA FASE ACUTA DELL’EMERGENZA. LO SI CREDEVA
Lunedì 27 luglio, dopo i quotidiani sopralluoghi e la serie di incontri operativi riunione plenaria nel salone del Consiglio Provinciale, presenti i responsabili dei vari settori, i tecnici, alcuni amministratori locali, magistrati. C’è aria di smobilitazione, almeno per quanto riguarda la fase avuta dell’emergenza che sembra finita. Enormi i problemi ma non con l’assillo costante di quello che sta succedendo o potrebbe succedere. Presiede Zamberletti, si succedono gli interventi, tutti di carattere operativo, quando interviene il geologo della Regione Michele Presbitero (oggi Segretario generale dell’Autorità di Bacino del Po) che già aveva avuto a che fare con la Valtellina in particolare per la ciclopica frana di Sasso Bisolo, in Valmasino, nella primavera del 1977 che richiama l’attenzione su un fenomeno franoso sul versante orografico destro sopra S. Antonio Morignone. La discussione prosegue. Siamo quasi alla conclusione. Il dr. Presbitero, sulla parte destra del tavolo della Presidenza, prende il microfono e torna, con veemenza, sul pericolo rappresentato in precedenza. L’intervento determina un certo stupore. Presbitero non è uno di quei geologi “catastrofisti” per i quali gli scenari sono sempre di color nero. Il Ministro a questo punto taglia corto: “Si riunisca subito il Gruppo Lavori Pubblici e assuma le necessarie determinazioni”.
I componenti si riuniscono subito nel loro ufficio, ultimo corridoio della Prefettura e ne escono dopo le ore 20. Nella planimetria è indicata la zona a rischio (divergerà di pochissimo, sostanzialmente in due “baffetti” dalla situazione reale). Scendiamo per ultimi, io e il geologo dr. Maurizio Azzola. E’ tecnico di valore, conoscitore della provincia e non certo un “catastrofista”.. Con il suo collega dr. Tuia anni prima ha redatto lo studio geologico del territorio comunale di Sondrio che l’Amministrazione da me guidata gli aveva commissionato. Uno dei primi piani del genere, se non il primo, che suddivideva il territorio in quattro zone prevedendo conseguentemente diversità di intervento. Esterno i miei dubbi ma lui, fattosi serio, mi dice che il problema è serio. Si tratta di qualche milione di metri cubi, tanto. In realtà saranno molti di più ma già l’aver capito di cosa e quanto si trattava è indice di grandissima professionalità del Gruppo che aveva analizzato la situazione. Sulla base dell’esperienza con la frana di Spriana, quando i caposaldi 6 e 14 viaggiavano a un metro e mezzo la settimana obietto circa la possibilità di caduta. Di nuovo mi gela “riteniamo che possa essere questione anche di soli mesi”. Per le paleofrane la previsione può essere di migliaia di anni. Dire mesi è come per la vita umana è dire una frazione di secondo.
Sulla base comunque della mappa tracciata dai tecnici viene disposta la zona off limits e a titolo prudenziale vengono disposti nella zona ove sorge la Chiesa di San Bartolomeo militari con potenti fotoelettriche che illuminano la montagna.
La prima sera che la Prefettura è quasi spopolata. La prima sera che si può smaltire l’arretrato di sonno e di fatica. Ma il mattino…

28 LUGLIO. TRAGEDIA. UN PAESE SEPOLTO. L’EMERGENZA CONTINUA
Sono da poco passate le sette e mezza. Cominciano a ronzare i motori degli elicotteri situati nel vicino stadio. Uno dopo l’altro si alzano. Altri arrivano. Si rincorrono le voci: una grande frana in Alta Valle. Di corsa in Prefettura. Arriva, trafelato, il generale Muraro, mi vede e, a valanga, “Morti, ancora. I soldati: tutti salvi!”. E poi, mentre Don Carlo e altri su ad Aquilone stanno cercando di valutare l’entità della tragedia – si parla già di una trentina, con parecchi bambini ma anche di sette operai che stavano lavorando al ripristino della strada - con mi fa un racconto straordinario, riferendo cosa gli hanno detto i soldati. Dopo una notte insonne, spente le fotoelettriche, i soldati tengono d’occhio quel che appare un versante boscosissimo immobile. Ad un tratto uno di loro richiama l’attenzione degli altri: “gli alberi si muovono!”. Vien preso in giro, gli effetti della notte persa. Ma un altro, guarda, e conferma. E mentre tutti prendono atto di quel movimento lentissimo, in discesa, di tutti quegli alberi ad alto fusto all’improvviso in un fiat il movimento lentissimo diventa una scena infernale. Il cielo è oscurato dal polverone. I soldati scappano in su sulla montagna. Piovono sassi di grandi, medie, piccole, minime dimensioni. Volano sopra le testa. A destra, a sinistra. Neppure un sassolino colpisce i soldati, e neppure la chiesa. Nessuno scomoda la parola miracolo ma in tanti ci pensano.
In Prefettura nel giro di un paio d’ore arrivano le foto aeree, i primi dati. I tecnici sono al lavoro. Fin dall’inizio ci si rende conto che l’evento è apocalittico ben oltre le più pessimistiche previsioni.. E’ sparito S. Antonio Morignone, la valle è otturata come a suo tempo la Val Poschiavo, la Valchiosa e anche Piuro. I morti sono di Aquilone dove le case sotto alla Statale sono state sbriciolate ad almeno 800 metri di distanza dall’ultimo sassolino della frana per effetto dunque dell’onda d’urto e del successivo risucchio. Il Direttore del Parco dello Stelvio è laconico: “Poteva scendere 10.000 anni fa, poteva scendere fra 10.000 anni. Ha scelto oggi”.
Preoccupa la diga che si è formata perché impedisce il naturale deflusso dell’Adda formando quindi un lago destinato ad assumere proporzioni notevoli. Sulla lavagnetta a fogli nello studio del Prefetto i tecnici disegnano uno schema di by-pass. Non si è perso tempo. Facciamo cercare l’ing. Del Felice evocando il caso del Mantaro, Perù – 1974. . Franò una montagna intera, di massa decine di volte superiore alla frana del Coppetto, costituendo uno sbarramento naturale che, nonostante una serie di lavori effettuati per alcuni mesi, fu sfondato dall'acqua con danni per 200 km. E questo nonostante la ridotta portata del fiume (una cinquantina di mc/secondo). L'ing. Eugenio Del Felice di Sondrio, noto esperto del settore, era là e arriva in Prefettura con un'ampia documentazione, anche fotografica, dell'evento, e ne discute con gli esperti.
L’emergenza si è riaperta. Oltre le vittime la nuova tegola per l’Alta Valle, l’inizio della paura per gli abitati a valle del lago per due pericoli: la rottura dell’ostruzione (non ci fu a Poschiavo ove è rimasto il lago, ci fu in Valchiosa con grandi danni in Tirano) e il timore d’un effetto Vaiont qualora la montagna dovesse scaricare ancora altro materiale. E timori anche per l’economia per via dell’isolamento difficile da rompere.
Riunione in Alta Valle con il Ministro, il suo staff, gli amministratori della zona Sindaco Pedrini, anche Presidente della Comunità Montana, in testa. Si delineano le prospettive d’intervento.
Rientro a Sondrio.
La sorpresa.

28 LUGLIO. VIA ZAMBERLETTI
Giovanni Goria costituisce il 45° Governo dalla Liberazione che durerà sino al 13 aprile del 1988. I 29 Ministri, del pentapartito, giurano al Quirinale lo stesso giorno della frana. Si cercano notizie. Il Ministro Zamberletti torna dalla citata riunione operativa in Alta Valle, entra in Prefettura, si siede alla scrivania del Prefetto e chiama Roma. Nella stanza ci saranno almeno 30 persone, chiamo Zamberletti e lo porto, in fondo al corridoio, dove ha insediato il suo ufficio il Prefetto Gomez responsabile al Viminale della Protezione Civile. E’ lì che ha la notizia, nel frattempo circolata prima nello staff e poi diffusa dappertutto. Incredibile. Disarmante, peggio, assolutamente deprimente. Mentre infuria la battaglia il generale, l’esperto, come si autodefiniva, “Il Ministro delle disgrazie nazionali” per antonomasia, quello che con il suo operato riconciliava la gente con lo Stato e che a Roma era visto “fuori quota”, in un certo senso al di fuori della lotta e delle polemiche politiche, viene mandato a casa e non certo per scarso rendimento. Una mazzata e non solo tra gli addetti ai lavori. La gente protesta per strada, nei bar, ovunque. In prima linea gli Alpini, come lui, gli uomini del Soccorso Alpino e quanti sono abituati all’impegno, talora al rischio, per salvare gli altri. Non ci sono distinzioni politiche, salvo i Verdi per i quali è un bene che Zamberletti non ci sia più. Il mondo è bello perché è vario, certo che pontificare in questo modo da qualche salotto milanese non è lo stesso che commentare in mezzo al fango con le morene squassate lassù dove non arriva l’attività dell’uomo, gli argini superati, e soprattutto molti funerali.
Zamberletti: “obbedisco”, e va a Roma a fare le consegne.

LE PROTESTE
Abbiamo detto delle reazioni della gente comune come quelle degli addetti ai lavori.
Partono a firma dell’allora Presidente del BIM, – lo scrivente – una serie di telegrammi.
- A ZAMBERLETTI
Ti siamo tutti enormemente vicini dopo l’enormità della tua esclusione. Cordialità
- AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA COSSIGA
Le trasmetto l’enorme delusione dei Valtellinesi, suppongo anche di Friulani ed Irpini, per l’esclusione di Zamberletti. Distintamente
- AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GORIA
A te felicitazioni e voti augurali, ma Zamberletti doveva esserci ( testo che più eloquente di così non poteva essere…).
- A GIORGIO BOCCA
Suo articolo su Valtellina ha temperato l’amarezza per avventati pareri di troppi. Est esempio di professionalità e capacità. Al Suo rientro in Valle qualsiasi dato, oggettivo, est a Sua disposizione. Distintamente
- A INDRO MONTANELLI
Il grazie per il Suo stupendo fondo dedicato alla Valtellina si unisce al consenso per il suo positivo giudizio sul Ministro Zamberletti ingiustamente escluso dal Governo per il quale gli indiscussi meriti, che i Valtellinesi o i Friulani o gli Irpini -quelli terremotati - meglio che a Roma sono in grado di valutare, evidentemente sono passaporto ininfluente. Distintamente
- A CIRIACO DE MITA, irpino, Segretario nazionale DC
Dalla Valtellina disastrata la rivolta per l’esclusione di Zamberletti. E’ questo il tuo rinnovamento?
(De Mita ne combinerà altre due ai Valtellinesi. Da Presidente del Consiglio viene a Edolo a visitare l’impianto idroelettrico dell’ENEL. E’ ancora freschissimo il ricordo della calamità e si aspetta la Legge Valtellina. E’ a un tiro di schioppo per cui si pensa, anzi si dà per scontato, che almeno una puntata in elicottero la faccia, anche breve. Non la fa. Da segretario DC dà il suo OK per la relazione al convegno che ricorda Ezio Vanoni. Non viene perché malato, ma le bugie hanno le gambe corte: la TV la sera lo mostra in tribuna a vedere la partita della Roma).

STAMPA NAZIONALE: UN CORO
I principali giornali pubblicano questi telegrammi, salvo quelli a Bocca e Montanelli. A sua volta il Presidente della Provincia Marchini rilascia dichiarazioni pesanti: che i quotidiani nazionali raccolgono e pubblicano, aggiungendo anche qualche commento “alpino” di ufficiali presenti in Prefettura. Il concetto di Marchini è reso benissimo dalla sia dichiarazione “Il siluramento è come una nuova frana” che “Il Giorno” sceglierà come titolo dell’articolo. Chiamano da Roma “Le vostre dichiarazioni hanno fatto molto rumore”, linguaggio diplomatico per dire che abbiamo colpito nel segno. Qualcuno laggiù cerca anche di rimediare ma l’unica soluzione ritenuta possibile non è in realtà possibile. Parliamo con il numero uno della Protezione Civile Prefetto Pastorelli, se ne va anche lui. Cosa fatta, insomma, capo ha. E per qualche giorno, di fatto, la macchina si arresta.
Venerdì 31 arriva il nuovo Ministro, Remo Gaspari.

GASPARI
Nomina e giuramento il 28 luglio. Il neo-Ministro della Protezione Civile Remo Gaspari venerdì 31 luglio arriva in Valtellina, con i due colleghi ai LL.PP. De Rose e al Turismo Carraro e con il neo-Presidente, dal 10 luglio, della Regione Tabacci,. Vede la situazione dall’alto e poi nel salone di Palazzo Muzio per incontrare Sindaci, amministratori, titolari di uffici. Naturalmente presenti i senatori V. Colombo, Forte, Bissi, gli onorevoli Tarabini, Mazza e Ciabarri e il consiglieri regionali Muffatti e Contini. Gelo. Riunione formale ma pesa nella sala come un macigno la “carognata” dell’esclusione dal Governo di Zamberletti mentre era nel fango a coordinare gli interventi e non nelle stanze romane per tutelare la propria posizione di Governo. Gaspari ringrazia tutti quelli che stanno operando e poi ricorda le sue esperienze personali, primo Ministro ad occuparsene (alluvione di Firenze e terremoto del Belice). Indica la sua linea d’azione partendo dal fatto che il Ministero non dispone che di 240/250 persone per cui il tema è quello della delega agli Enti locali. Linea del tutto diversa da quella del “Rambo di Varese”, come da definizione giornalistica di allora. Il gelo aumenta. La riunione si scioglie senza sciogliere la delusione, come la successiva conferenza stampa documenta. Quale sia il clima generale lo indica un episodio, marginale ma significativo. Il Ministro dei LL.PP. scende dalla Prefettura senza che nessuno lo accompagni e ..si trova a piedi. Neppure l’auto per lui e segretario. Tocca proprio a chi scrive, con un guizzo di fantasia, inventare una soluzione presentata come prevista calmando un giustamente arrabbiato neo-Ministro. Il terzo, Carraro, non c’é. E’ in Alta Valle dove oltre alle vittime si intravede un futuro fosco. Andata la stagione estiva si prospetta il flop anche per la stagione invernale perché l’unico filo che lega il Bormiese all’Italia passa dai 2621 metri del Gavia, chiuso d’inverno e praticabile d’estate solo da chi abbia confidenza con stradacce di montagna, strapiombi senza protezione e simili caratteristiche (l’ANAS ad ogni buon conto interverrà in protezioni, con allargamenti, con sistemazione del fondo e abbastanza rapidamente).

Il Prefetto dr. Piccolo mi chiede di andare nelle sua residenza, al piano superiore, dove è predisposto un piccolo buffet freddo e in piedi. Me lo chiede perché con il Ministro non c’è nessuno salvo Questore, Comandanti dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Polizia Stradale, dei Vigili del Fuoco. Risolto il problema dell’auto del Ministro dei LL.PP. salgo un po’ dopo. L’on. Gaspari è vicino al camino, un piatto in mano, e sta mangiando. Gli altri sparpagliati nella sala. Silenzio di tomba. Arrivo e vado al camino. Gli sguardi piombano addosso come tanti dardi lanciati da una maxi-balestra.
“Ciao, sono il Presidente del BIM, quello di cui avrai letto sui giornali le proteste per l’esclusione di Zamberletti…”
“Lo so. Eri Sindaco a Sondrio, no?”
“Si, dal 1975 al 1985”
Arriva con un curriculum di tutto rispetto, e che sarà utile alla Valtellina: nove volte sottosegretario, 15 volte Ministro (Trasporti, Riforma P.A. in tre Governi, Sanità, Rapporti con il Parlamento, Poste in tre Governi, Funzione Pubblica in quattro Governi, Difesa ed ora Protezione Civile cui seguirà il dicastero del Mezzogiorno). Memoria di ferro. Ricorda persino alcune delle occasioni in cui ci siamo incontrati, e istituzionali e nei congressi nazionali DC.
Proseguo. “Le mie, le nostre dichiarazioni riflettevano il pensiero di tutti noi, uno stato d’animo generale. Sarebbe stato lo stesso per chiunque avesse preso il posto di Zamberletti…”. Il Prefetto non é ancora rilassato ma non è più sui carboni ardenti. Gli altri escono dal rigore del gelo e persino bisbigliano qualcosa tra loro. Gaspari replica con un commento sulla formazione del Governo. Il colloquio prosegue,
“Da noi ci sarà la massima collaborazione…”
“Questo mi fa piacere…”
“Mancherebbe altro, ne va del nostro futuro. Tieni però conto che in un certo senso sei sotto esame e se farai bene sarai apprezzato”. Segue un diplomatico consiglio per superare la visione “ministeriale”, o comunque affiancarla con una presenza sul campo. Mi spiega cosa deve fare il Ministro, fra procedure e ricerca di finanziamenti – lo farà benissimo – ma è riluttante sul ruolo “Zamberlettiano”. Cambierà idea e lo farà, dopo Vasto, e ne parleremo
Alberto Frizziero – 3 continua

www.gazzettadisondrio.it – 10 VIII 07 – n. 22/2007, anno IX°
QUATTRO

4
Capitolo decimosesto. LA TERRIBILE CALAMITÀ DEL 1987.. UN PAESE SEPOLTO. VENT’ANNI DOPO (quarta parte)

Le preoccupazioni del 28 luglio - Quadro fosco - Tre esempi di eventi disastrosi: Valchiosa, Biasca e Deborence - Tre esempi di laghi rimasti: Poschiavo, Scanno e Alleghe - Un caso particolare: Cerredolo - By-pass (e frana di Spriana) – Consolidamento - Le controversie – Intanto la viabilità… - Flash: la cravatta – Flash: il telefono – Due pesi e due misure non vanno bene – L’occasione persa da Magistratura Democratica - GIORNALISTI (IN MAIUSCOLO) Quelli che han capito cosa vogliono dire 1836 metri cubi al secondo, quando il record storico del 1911 era di 1190!
- Flash: Chiavegatti e la comunicazione giudiziaria – APPENDICE: 1) Da “Il Giornale” venerdì 24 luglio 1987 “FOSSE TUTTA VALTELLINA” di Indro Montanelli – 2) Da “Repubblica” giovedì 23 luglio 1987
“NON SPARARE NEL MUCCHIO” di Giorgio Bocca

Le preoccupazioni DEL 28 LUGLIO
28 luglio mattina terrificante disastro della Val Pola. La riunione in Provincia alle 18 del 27 luglio era parsa a tutti una sorta di 'rompete le righe' per quanto riguarda l'emergenza. La situazione era gravissima ma non si era più – si pensava – alle prese con il rischio di perdite umane. Unico punto che restava è quell'allarme lanciato dal dr. Presbitero cui deve la vita un migliaio di persone. Il suo allarme aveva avuto riscontro con la decisione di Zamberletti che si convocasse il Gruppo LL,PP, per assumere le determinazioni del caso. Ce ne furono due: l'evacuazione  nella zona di S. Antonio e l'installazione nei pressi della Chiesa di San Bartolomeo de Castelaz di fotoelettriche puntate sul versante destro servite e seguite da militari. Era ormai giorno quando un soldato richiamò l'attenzione dei colleghi “sugli alberi che stanno muovendosi”. Lo ritennero una conseguenza della notte insonne senonchè tutti videro le piante in leggerissimo movimento discendente. Non ebbero molto tempo perchè un polverone enorme con una gragnuola di sassi, anche grossi li spinse a gambe levate su per la montagna.
A Sondrio, sentito lo sciamare di elicotteri, chieste notizie – le voci erano di un finimondo con dei morti – di corsa in Prefettura. Sul portone incontro con il generale Muraro che aveva fatto una puntata lassù fra i suoi militari. Era scosso ma almeno con  la buona notizia che i militari erano stati indenni. Nessuno di loro, come la Chiesa, nonostante l'ira di Dio fu colpito da sassi, grandi e piccoli. Si pensò ad una sorta di miracolo. Notizie, notizie! Tutti le cercavano. Fu il Presidente della Provincia a informare che Don Carlo, il parroco, aveva parlato di una trentina di morti. Triste sorte ad Aquilone lontano almeno 800 metri dall'ultimissimo lembo della frana. Come una lama lo spostamento d'aria aveva polverizzato le case sottostanti alle SS38 lasciando pressochè intatte quelle sopra.
A complicare il dramma il lago in formazione. Vediamo intanto in Prefettura.
Nelle prime ore dopo la grande frana il quadro era di grandissima preoccupazione:

1) la quota soprastante l’alveo dell’Adda a monte dell’ammasso di frana rappresentava di fatto il colmo di una diga naturale e del livello del futuro lago.
2) la portata dell’Adda, pur in quel momento relativamente modesta, faceva prevedere in poche settimane il riempimento di questo bacino naturale. In realtà occorreva mettere in conto precipitazioni meteoriche, maggiore portata e quindi riduzione dei tempi.
3) un primo calcolo dava la cubatura dell’ammasso di frana superiore alla cubatura dell’incavo nella montagna il che poteva far supporre l’esistenza di cavità pericolosissime per la spinta che masse d’acqua le riempissero
4) il rischio di un “effetto Vaiont” qualora la montagna avesse ulteriormente scaricato materiale a lago pieno

Quadro fosco
Molte voci, molte congetture da parte di tanti per i quali il lago non avrebbe prodotto danni. Si citava il Lago di Poschiavo. I tecnici avevano però ben presenti ben altre situazioni. Nella maggior parte dei casi infatti le frane che hanno causato uno sbarramento e la formazione di un lago sono state erose nel giro di pochi giorni o mesi, trascinando a valle il materiale franato e provocando un’alluvione a valle. Persino il Mantaro, in Perù, con una frana decine e decine di volte superiore a quella della Val Pola, e nonostante lavori imponenti duranti sei mesi, spazzò via il tappo con danni per 200 km. I casi in cui lo sbarramento ha resistito ed il lago è rimasto si possono contare sulle dita di una mano (lago di Poschiavo in era preistorica, lago di Alleghe nel 1771, Lago di Scanno). Riportiamo quindi alcune situazioni per cercare di ricreare il quadro che a partire dalla stessa mattina del 28 luglio si poneva ai tecnici e ai responsabili della protezione Civile
Vi sono poi racconti che nelle Alpi fanno frequente riferimento a paesi sepolti, a grandi frane e quindi a relativi sbarramenti in genere non rimasti ma distrutti dalla pressione delle acque a monte. “Si narra che nel 563 una parte del monte Grammont, all'estremità orientale del Lago Lemano, abbia ceduto provocando una frana che creò uno sbarramento al fiume Rodano. qualche mese più tardi, in questa diga formatasi naturalmente si aperse una falla, il lago esondò inghiottendo villaggi su entrambe le rive, distruggendo il ponte di Ginevra e provocando la morte di molti dei suoi abitanti”, ad esempio, è uno dei tanti racconti...
Tre esempi di eventi disastrosi: Valchiosa, Biasca e Deborence
In dettaglio vediamo alcune situazioni ripetendo che i casi in cui lo sbarramento ha resistito ed il lago è rimasto si possono contare sulle dita di una mano. Esaminiamo i tre citati in letteratura e cioè Poschiavo, Alleghe e Scanno, aggiungendo il caso particolare del Cerredolo che però ha caratteristiche diverse con quella che potremmo chiamare una colata e non una frana come comunemente la si intende. Prima presentiamo fra le tante tre situazioni alpine tipiche: Valchiosa, sopra Tirano, Biasca in Ticino e Deborence nel Vallese.

Valchiosa. La frana del 1807. 160 giorni e poi il collasso
http://www.pgstirano.it/tirano/tirano_storia.html
L'autunno del 1807 fu una stagione molto piovosa per la Valtellina; temporali ed acquazzoni violentissimi si abbatterono in modo particolare nella zona di Tirano e del monte Masuccio (la montagna che sta a nord dell'abitato). Successe allora quello che purtroppo si era temuto per molto tempo; una enorme frana scese a valle dal monte Masuccio partendo poco lontano dall'abitato di Baruffini ed andò a sbarrare il corso del fiume Adda, poco prima della sua confluenza con il torrente Valchiosa. Tutto avvenne la notte dell'8 dicembre 1807 ed il terribile boato che la frana provocò, fu udito nei paesi di Sernio, di Lovero, ma anche di Tirano. Grande naturalmente fu lo spavento della popolazione, che accorse in massa sul luogo della caduta. Fino all'alba però, i contorni dell'avvenimento rimasero poco comprensibili poi, alla luce del giorno, il disastro assunse connotazioni più precise. Erano andati distrutti quasi completamente i vigneti situati sui fianchi del monte Masuccio in comune di Sernio e furono sepolti completamente quattro torchi e cinque mulini. Ma la cosa più grave fu la morte di un'intera famiglia sepolta con la propria casa dalla frana. Alla disperazione degli abitanti di Sernio che avevano perso i loro beni, si aggiunse presto la preoccupazione degli abitanti di Lovero per i quali lo sbarramento dell'Adda rappresentava una vera e propria trappola. Infatti si capì subito che l'acqua dell'invaso che si stava formando, sarebbe stata in grado di allagare tutto il paese e seppellire ogni cosa. La frana che si era staccata 600 metri più in alto, aveva creato una barriera alta 43 metri. L'Adda impiegò 11 giorni per riempire questo bacino ed il giorno 18, superato il bordo superiore dello sbarramento, riprese a defluire nel vecchio alveo. Restava un lago lungo 2580 m, largo 830 m e con una superficie di 1522 pertiche valtellinesi. L'invaso ebbe conseguenze gravissime per tutta la zona.La chiesa di S. Agostino di Lovero era in gran parte sommersa, così pure buona parte delle case e tutti i prati. Nonostante le promesse di intervento immediato, il 14 maggio 1808, la situazione non era migliorata anzi, lo sciogliersi delle nevi, aveva aumentato la portata dell'Adda e quindi il pericolo che lo sbarramento di terra e sassi si sbriciolasse. Alle 5 del mattino di lunedì 16 maggio, la parte alta dello sbarramento cedette e le acque limacciose si riversarono dentro il vecchio letto giù verso Tirano. Per fortuna il crollo interessò solo i 12 metri sommitali e non tutta la diga, comunque, il mare di fango e di acqua che scese verso il basso, travolse tutto ciò che incontrò sul suo cammino. Spazzò via i terreni coltivati e le vigne che fiancheggiavano il corso dell'Adda e, aiutato in questo anche dalla pendenza, in quel tratto molto accentuata, fece a pezzi il ponte di Tirano, sul quale passava la strada principale della valle. Alcune case che si trovavano all'interno degli argini vennero travolte. Gli stessi argini, aperti in più punti in quegli anni, per poter meglio accedere al fiume per attingere acqua, furono in parte divelti e il fiume allagò e danneggiò molte abitazioni. Allagamenti molto vasti subirono anche le campagne intorno a Tirano perché l'impeto delle acque distrusse buona parte dell'argine che faceva compiere al fiume una decisa curva verso il torrente Poschiavino. Pur avendo mitigato la loro violenza le acque dell'Adda in piena riuscirono ad allagare i campi di molti comuni, da Bianzone giù fino a S. Pietro Berbenno. Dopo le prime opere urgenti per la chiusura delle falle prodotte negli argini (si usarono gabbioni riempiti di sassi e fascine), fu costruito in Tirano un ponte provvisorio in legno lungo 35 metri. L'opera di ricostruzione vera e propria si presentò però molto più ardua, sia per l'impossibilità di mettere d'accordo i danneggiati (oltre 2500), sia per la cronica mancanza di fondi. I segni lasciati dalla frana furono visibili per molti decenni così come i segni delle distruzioni ed i depositi di ghiaia lasciati dal lago nel piano di Lovero. 
Buzza di Biasca (CH – Ticino). Frana del 1513. 597 giorni e poi il collasso
http://hls-dhs-dss.ch/textes/i/I28662.php?PHPSESSID=090916529649fdde4dc2...
“Il 30.9.1513 un enorme scoscendimento si produsse sul fianco ovest del Pizzo Magn (chiamato anche Monte Crenone), a monte di Biasca. Il materiale caduto raggiunse un'altezza di 60 m, creando un vasto sbarramento, che ostruì lo sbocco della valle di Blenio e il decorso del fiume Brenno. Durante più di un anno e mezzo le acque formarono un lago di 5 km di lunghezza con ca. 200 milioni di m3 di acqua, che sommerse completamente il villaggio di Malvaglia (fino all'altezza di metà campanile), altre località, vigne e colture presenti nella valle. Il 20.5.1515 la diga naturale cedette alla pressione e riversò le acque nella valle Riviera, sommergendo il Bellinzonese e il piano di Magadino; causò numerose vittime (600) ed enormi danni. Preda delle acque fu anche il ponte della Torretta, fatto costruire dai duchi Sforza nel 1487, con parte delle mura che lo congiungevano ai forti di Bellinzona, interrompendo per sec. le vie di comunicazione e il transito fra le due sponde del Ticino e fino alle rive del lago Maggiore. A questo evento si ricollega la vicenda delle accuse di ricorso alle arti magiche da parte degli abitanti di Malvaglia, per liberarsi del lago, promossa contro di loro da Biasca nel 1517; la sentenza assolse i bleniesi, ma la tradizione del loro ricorso alla magia perdurò a lungo”.
Derborence (CH – Vallese). Frana del 1749. Collasso
http://hls-dhs-dss.ch/textes/i/I8206.php
“Sito alpestre vallesano posto in un bacino elevato del massiccio dei Diablerets, ai piedi del fianco meridionale della Tour Saint-Martin e allo sbocco delle valli di Cheville e della Derbonne. Nel corso del XVIII sec., l'area di D. fu colpita da due gigantesche frane: la prima fece 18 vittime (24.9.1714), la seconda provocò la formazione del lago di Derborence (23.6.1749). Questo smottamento, il più voluminoso prodottosi in Svizzera nei tempi storici (50 milioni di m3 in totale), è anche quello con il maggiore dislivello mai registrato, con ca. 1900 m fra la cresta dei Diablerets e la località di Besson. Ramuz si ispirò a questa catastrofe per scrivere uno dei suoi romanzi più belli, Derborence (1934).
http://64.233.183.104/search?q=cache:WcAb4A9jPfoJ:www.brusio.ch/Contenut...
Tre esempi di laghi rimasti: Poschiavo, Scanno e Alleghe
E ora gli unici casi rimasti:
Lago di Poschiavo. Frana di 15000 anni fa. Rimasto (come Scanno e Alleghe)
http://th05acc0252.swisswebaward.ch/lagoformazione.html
http://www.popso.it/selettore.php?idCat=116&idGer=9&idRec=5505&cdOp=estr...

“La formazione del lago di Poschiavo è da attribuire a un'enorme frana caduta 15000 anni fa tra il Corno del Giumellino e il Corno di Valüglia (la frana infatti non proviene dalla parte di San Romerio, bensì dalla parte destra della valle). L'enorme massa ha acquistato durante la caduta quasi verticale un'enorme energia cinetica, ed è stata scaraventata contro il versante opposto. Se osserviamo l'ecogramma anziché incontrare una linea ricurva, cioé una riva che sale lentamente, riscontriamo addirittura un angolo.Ciò ci indica che il lago non è una buca naturale, ma deve la sua esistenza alla caduta della frana.”.
“Il materiale si accumulò sbarrando la valle all'altezza di Meschino, si sollevò formando la Motta e creò una diga naturale di grande solidità. Le acque crebbero finché, trovato un varco, poterono riprendere a scendere verso l'Adda e con il tempo ricrearono un alveo erodendo parte del franamento”.

Lago di Alleghe. Frana del 1771. Rimasto
http://www.infodolomiti.it/dolomiti.run?3B023B74

La sua formazione è dovuta ad una grande frana staccatasi da una propaggine del monte Forca, che sorge alla destra del Cordevole di fronte al paese di Alleghe. Di tale propaggine, denominata Piz (anticamente Spiz), non rimane attualmente che la metà inferiore, sulla quale appare evidente la la grave mutilazione che ha dato origine alla nascita del giovane lago alpino. L'11 gennaio 1771 un'enorme frana precipitò dal monte Piz seppellendo i villaggi di Marin, Riete, Fusine. La colossale diga di detriti formatasi fermò l'affluenza inferiore dell'acqua del torrente, che si innalzò finchè, sormontando le rovine medesime, potè riprendere il suo corso. Rialzandosi, quest'acqua, diede origine al lago attuale che in soli tre giorni raggiunse l'altezza di 35 metri, e la lunghezza di di mezzo miglio, inondando e sommergendo i villaggi di Sommariva, Torre, Costa, Peron e Alleghe, villaggio posto "sul col", sul punto cioè più alto salvatosi dall'immane catastrofe.

Lago di Scanno. Frana in tempi remoti. Rimasto
Il lago di Scanno in Abruzzo ebbe origine dall’ostruzione del fiume Tasso a seguito di una frana staccatasi dal Monte Genziana in tempi remoti. 922 metri di quota, 6,65 Km di perimetro con una profondità massima di 32 metri. Va osservato che siamo nell’Appennino con non grandi portate e anche caratteristiche delle rocce ben diverse.

Un caso particolare: Cerredolo
Lago di Cerredolo. Frana del 1960. Tracimazione naturale
http://associazioni.monet.modena.it/gcvpcm/index.htm?annovi10.htm

“Nel pomeriggio del 23 aprile 1960 una frana in prossimità dell'abitato di Cerredolo (Comune di Toano, Provincia di Reggio Emilia), di ben 13 milioni di metri cubi, scendendo dal versante destro del Fiume Secchia lo sbarrò completamente. Si formò un lago, il cosiddetto Lago di Cerredolo, della superficie di 110 ettari, che si mantenne per nove mesi, tempo che impiegarono le piene per incidere definitivamente lo sbarramento creato dalla frana. Durante l'intero periodo gli abitati del fondovalle furono tenuti in allarme e durante i momenti più critici fu disposta l'evacuazione.
I primi segni premonitori erano stati avvertiti il giorno precedente e la massa franosa impiegò 33 ore per giungere alla sponda opposta del fiume, coprendo una distanza di circa 1,5 km alla velocità media di 45 metri l'ora. I circa 13 milioni di metri cubi staccatisi dal versante sbarrarono il fiume, in questo tratto largo circa 200 metri, con un'altezza dell'accumulo di 25 metri. La frana avvenne per  scivolamento su di una superficie parallela al versante, sia per l'instabilità dei terreni, naturalmente predisposti al franamento , che per le intense piogge dei giorni precedenti (166 mm dal 16 al 20 aprile, il doppio della media mensile nel periodo 1921-1950). Rimase in movimento fino al 27 maggio e da allora è quiescente.
Quando avvenne la tracimazione principale lo sbarramento non cedette completamente e si riversò a valle solo una parte del volume invasato, creando un'onda di piena paragonale alla massima conosciuta per il Secchia, distruttiva ma non catastrofica”. Va osservato che siamo nell’Appennino con non grandi portate e anche caratteristiche delle rocce ben diverse e che vi era stato scivolamento e non crollo disastroso.

By-pass (e frana di Spriana)
Su una sorta di lavagna a fogli, nell’ufficio del Prefetto, già nella stessa mattina si vedeva uno schema, tracciato a pennarello, di by-pass. Il ragionamento era stato semplice: il lago si formerà rapidamente, occorre creargli uno sfogo, come il troppo pieno della nostra vasca da bagno,cercando di pompare più possibile acqua per evitare che il livello arrivi in cima. Se questo succede la tracimazione può determinare il collasso. Se si arriva al collasso povera Valtellina! I danni per la Valchiosa, ben più modesta della frana della Val Pola, arrivarono allora fino a Sondrio.
Non è detto che succeda così, ma occorre intervenire per evitare simili conseguenze.
D’altronde come sono le cose per la frana di Spriana?
E’ inguaribile, nel senso che non si può fare nulla per impedire la sua inevitabile caduta a valle, magari fra mille o cinquemila anni. Probabilità molto bassa, salvo eventi sismici eccezionali di gravità anche superiore a quello del Friuli che ne aveva riavviato il movimento (un metro e mezzo la settimana nel 1977 i caposaldi 6 e 14!). Rischi però talmente alti per la città di Sondrio da determinare, nella combinazione dei due elementi, l’indispensabilità di intervenire. Come? Con un by-pass che, nel caso si producesse l’evento con la formazione di in lago per lo sbarramento della valle, possa far defluire l’acqua e ridurre la pressione su questa sorta di diga naturale.
La soluzione ipotizzata simile dunque a quella per Spriana.

Consolidamento
Non basta. Nessuno è in grado di stabilire l’affidabilità del piede dell’ammasso di frana. Anche qui c’è chi dirà che non serve. Chi ha la responsabilità della decisione non si può affidare al testa e croce o al risultato di un referendum fra la gente. Deve valutare a fondo e deve anche tenere presente quello che dicono i rappresentanti delle popolazioni che il lago ce l’hanno sopra la testa.
Si decide di consolidare e lo si fa in tempi anche abbastanza veloci. Ci saranno critiche ma il realtà le briglie, doppie, svolgeranno il loro compito. Solo le ultime in cima possono essere rimosse ma sono biglie semplici,

Le controversie
Ci saranno anche controversie per il pompaggio. Da un lato la Snam Progetti. Dall’altro Condotte. Paradossalmente società pubbliche entrambe, dell’ENI la prima, dell’IRI la seconda. E poi ci si metterà di mezzo anche l’AEM, sempre pubblica, del Comune di Milano.
Non entriamo però in queste controversie. Riprenderemo il tema quando si tratterà della tracimazione controllata avviata il 30 Agosto alle quattro del mattino con una correzione per incanalare l’acqua nel verso giusto. C’erano quella ruspa minuscola nella ripresa TV a campo lungo, il suo conduttore, e l’impresario, Paride Cariboni, con quel rivolo d’acqua osservato in tutta Italia, in altri Paesi in diretta ma soprattutto dai valtellinesi per 12 giorni dal 25 agosto fuori casa. Andò bene. Avevano ragione qui a Sondrio. Aveva torto il prof. Zampagliene, consulente dell’AEM, che aveva profetizzato un disastro immane.
Vedremo le prospettive successive e i dettagli del maxi-progetto di intervento della Società Condotte, dello studio del BIM, delle scelte conclusive.

Intanto la viabilità… (Via Chiavenna, Via Gavia, Via Tirano-Livigno)

Via Chiavenna
Non appena possibile avevo deciso di andare su in Alta Valle a rendermi conto. Mi avevano chiesto quando volevo andar su per combinare gli orari per un elicottero. “No, vado in auto”. Sguardi strani ai quali devo dare una spiegazione “voglio rendermi conto di persona della situazione nello stesso modo dei residenti lassù o comunque di chi deve andarci”. Dopo 193 km. via Chiavenna - Passo del Maloia a 1815 m. – Passo del Bernina a 2323 m. – Passo della Forcola a 2315 m. – Livigno – Passo d’Eira a 2208 m. – Passo del Foscagno a 2291 m. arrivo a Bormio. Da precisare che chi avesse avuto, o avesse anche oggi dovendo fare quel giro, l’idiosincrasia per i passi, da quello del Maloia, poteva o può passare per S. Moritz seguendo il corso dell’Inn andandosene fino a Zernez e poi arrivando a Livigno passando per il tunnel a pedaggio de Munt la Schera. 17 km in più, per un totale di 210.
Normalmente sono 62. Più che i chilometri, pure tanti, conta il tempo necessario non solo per i saliscendi ma per il traffico, compreso quello pesante e quello di gente a disagio su queste strade. Probabilmente la montagna più alta vista prima era per loro la collinetta di San Siro.
Alcuni incontri in Bormio con amministratori ma anche altri per capire situazione e stato d’animo. Molte preoccupazioni per l’isolamento e per il turismo. La stagione estiva se ne è andata. Quella invernale è un grosso punto interrogativo, ma nessuna emotività, molta razionalità e soprattutto voglia di farne. Anticipo che la prossima seduta dell’esecutivo del BIM la faremo a Bormio.

Via Gavia
Con me il figlio maggiore, Claudio. Decido per il rientro di fare il Gavia. Sono 114 km. da Bormio a Sondrio via Passo del Gavia a 2650 m. – Edolo – Passo dell’Aprica a 1176 m.
Stop al rifugio Berni (2541 m.) non solo per avvisare casa e bere un caffè ma anche per tastare il polso sentendo i gestori e la gente. In effetti l’incoscienza domina sovrana e la sperimenteremo di persona. E’ ancora periodo di ferie e sono tanti che vengono anche da Brescia, dalla Bassa Padana, da Milano e oltre a vedere “lo spettacolo della frana” forse pensando che la strada del Gavia sia come l’Autosole. Non è così. La strada era stata costruita durante la Prima Guerra Mondiale per rifornire le nostre truppe al fronte. Da ricordare che al passo una stele di marmo ricorda il 20 luglio 1954 quando un camion militare, per il cedimento del ciglio stradale, volò nello strapiombo uccidendo i 18 Alpini del plotone pionieri del Battaglione Bolzano, 6° Reggimento Alpini, Brigata Tridentina che da Santa Caterina stavano andando al Tonale. Strada da montanari e automobilisti espertissimi.
Abbiamo appena iniziato la discesa ecco che, infatti, ci siamo dentro. C’è una strettoia, con strapiombo sulla destra. Passo aperto solo d’estate, strada stretta, in genere senza parapetti (in quei giorni, visto l’isolamento dell’Alta Valle, l’ANAS deciderà ad una serie di interventi migliorativi). Non si va né avanti né indietro. Quelli lato strapiombo sono per lo più terrorizzati. Quelli lato montagna non se la sentono di andare avanti quando sia a sinistra con le altre auto che a destra con la montagna se non ci sta in mezzo un foglio di carta velina poco ci manca, diciamo un paio di centimetri per parte. Soprattutto ormai domina la psicosi. Per fortuna c’è anche qualche macchina targata Sondrio: una famiglia che rientra dalle ferie, due soldati che hanno ottenuto una licenza straordinaria e qualcun altro. Danno una mano. Versante Ponte di Legno qualcuno intelligente – strano ma capita in queste occasioni che qualcuno lo si trovi! – ha bloccato il serpentone di auto in salita in zona più agevole.
Operazione anti-ingorgo al via. Con fatica, arretrando con spinte a mano alcune auto si riesce ad avere libero qualche metro dove i due cm. per parte diventano forse anche 5 o 6. Prioritario fare avanzare quelli lato strapiombo. Si tratta di una decina di auto ma non c’è nessuno che se la sente, Pazienza. Chiedo se sono d’accordo che provveda io. L’adesione è fulminea con grossi respiri di sollievo che aumentano quando sanno che possono tornare a casa loro passando da un’altra parte, via Svizzera, percorso lunghissimo ma non a rischio d’infarto. Ci andranno tutti.
Operazione dunque: prima controllo accurato del ciglio stradale per non fare la fine dei poveri alpini, e poi su sulla prima macchina, testa fuori del finestrino a sinistra. Staffetta dopo un centinaio di metri a strada più larga. Un altro dei nostri ci dà il cambio e porta l’auto al Rifugio. Seconda auto, bis. Vediamo i proprietari delle auto e familiari che si rasserenano. Probabilmente erano in ambascia per il rischio di vedere la loro auto nel burrone. Chissà se la preoccupazione maggiore era per l’auto o per chi gliela stava tirando fuori dai pasticci. Una dopo l’altra le portiamo via dalla zona a rischio mentre un altro dei nostri sopraggiunto dal passo fa la stessa cosa con le altro auto lato montagna. Fatta la mia parte, gli passo idealmente il testimone e mi avvio in discesa non senza, lampeggiando, fermare il primo delle varie colonne in salita per informatlo della situazione. Dal Rifugio intanto hanno avvisato perché quando arriviamo ai prati stanno fermando le auto. Non c’è un’ordinanza ma molto di più: il buon senso. Passano quelle targate Sondrio e qualcun’altra che probabilmente ha ragioni serie per salire di là. C’è anche un milanese che protesta con chi lo sta fermando perché non ci sono i cartelli, non si è avvisato, e chi ha disposto eccetera. Mi fermo anch’io, con la mosca al naso, e gli urlo semplicemente cosa lo aspetta lassù. Tace. Poi nello specchietto retrovisore vedo che sta facendo manovra per tornare indietro…
Questo sul Gavia.

Via Tirano-Livigno
Vista la situazione decisi di convocare l’esecurivo del BIM a Bormio, un modo di esprimere la solidarietà oltre che di manifestare il cordoglio andando ad Aquilone, in riva al lago in formazione, per depositare un messaggio floreale per le vittime, sepolte là sotto.. Il vicepresidente, i sette consiglieri e il segretario concordarono sulla scelta di andare in auto – le nostre - senza usare l’elicottero da Sondrio o quello navetta da Sondalo. Via Svizzera dunque per i 115 km. via Tirano - Passo della Forcola a 2315 m. – Livigno – Passo d’Eira a 2208 m. – Passo del Foscagno a 2291 m. Livigno e infine Bormio che, senza l’interruzione della Valle e quindi della strada, sarebbe a soli 62 km. Anche qui però più ancora che i km pesava il tempo. Lunghissimo per il traffico, i camion, mezzi speciali che portavano ruspe o altri macchinari, corriere, autotreni della Lievissima, e poi per il maltempo, inizialmente addirittura infernale.
Seduta dell’esecutivo giovedì 29 ottobre nel Municipio di Bormio, presenti i Sindaci dei Comuni dell’Alta Valle. Ovviamente impegno ad intervenire che ovviamente ci sarà, straordinario. Il ritorno, ore, per la stessa strada.

FLASH: LA CRAVATTA

Nell’attesa dell’arrivo del Ministro Gaspari nel gruppo dei Sindaci dell’Alta Valle uno di loro si volta al collega di Valdisotto, in maniche di camicia fra l’altro piuttosto malmessa, dicendogli “passi per la giacca ma potevi mettere almeno una cravatta!”. Lui, Amanzio Bonetti, lo guarda in un modo così strano, quasi inespressivo, lo sguardo rivolto chissà dove. Non serve la risposta. E ci sono abbracci e affettuose scuse di tutti. Quella camicia è l’unica che gli è rimasta. Al di là di quello che porta addosso non ha più nulla. Tutto, i vestiti, i ricordi di una vita, il suo albergo è là sotto sepolto da decine di metri. Unico segno di vita il telefono.

FLASH: IL TELEFONO
Chiama la collega Giuliana Cerretti, agitata, emozionata: “Chiama l’albergo dell’Amanzio”. “Cosa?!?!?”. Lo ripete, in modo perentorio. Guida, pagina di Valdisotto, Albergo Camoscio. Il numero. “Tuuu, tuuu, tuuu..”. Il telefono risponde. I cavi evidentemente non si sono spezzati, il segnale arriva e dalla centrale parte il suono. Impressionante. Si pensa a là sotto. Viene in mente Debussy e la sua “ Cathédrale engloutie” (“Cattedrale sommersa”) con il suono delle campane che viene da sotto le acque del lago. Ma quello è racconto, fiaba, sia pure in musica, questo suono è reale. Lo immaginiamo fisicamente questo telefono da cui avevamo chiamato casa durante una cena di qualche sera prima. Perduto, come tutto il resto. Resta solo la memoria delle cose, nessuna testimonianza.

FLASH: DUE PESI E DUE MISURE NON VANNO BENE
“Troviamo i responsabili” titola Centro Valle riferendosi all’ostinata ricerca da parte di taluni di chi ha provocato il disastro cui sono dedicati molti articoli e molti titoli vistosi. Se responsabili hanno da esserci pur in presenza di una quantità d’acqua impressionante, - molte volte superiore a quella che a Roma verrà considerata una straordinarietà naturale -, allo zero termico alle stelle, al trasporto solido originato a quote che la presenza dell’uomo la vedono solo quando arrivano alpinisti, responsabili devono esserci anche per altro. Per esempio in Grecia e al Sud, pur in presenza di caldo torrido, quei tali ricerchino anche i responsabili di così tante vittime.. E poi i responsabili dei terremoti, degli uragani, delle valanghe e quant’altro.
Due pesi e due misure non vanno bene. Larga condivisione (i bastian contrari ci sono sempre e, pur isolatissimi, non mancano neppure per questa presa di posizione, perdendo una splendida occasione di evitare una figuraccia).

FLASH: L’OCCASIONE PERSA DA MAGISTRATURA DEMOCRATICA
Magistratura Democratica ha perso una grandissima occasione di evitare una figuraccia.
Giovedì 23, quando è momento di funerali,  il fango domina, nel Mallero i pacheristi combattono con la quantità di inerti venuta già dalla Valmalenco, decine di migliaia di persone si danno da fare per tentare di ripristinare un minimo di normalità, la corrente progressista della Magistratura fa una conferenza stampa a Milano. Attacca il Procuratore della Repubblica di Sondrio con l’accusa di avere insabbiato indagini condotte dal Pretore di Tirano Scelsi dopo la frana di Tresenda del 1983. A MD evidentemente è tutto permesso. Liberi di farlo, di prendere questa o quella posizione ma non quando la pietas avvolge le vite perdute e i cari rimasti, quando la gente lotta per sopravvivere, quando migliaia di persone hanno perso le cose più care, quelle che nessun risarcimento potrà surrogare.. Che poi siano addirittura magistrati ad attivare pesanti e delicate polemiche senza tenere conto della drammatica situazione c’è da far cadere le braccia. Anzi peggio: a leggere sui giornali di questa iniziativa di MD c’è solo da pensarla come un volatile, “quel volatile” che cerca di levarsi sopra il desolato panorama d’una Valle ferita, non piegata, che taluni cercano di ferire un’altra volta, dimenticando però di avere a che fare con i Valtellinesi, gente seria.

FLASH: CHIAVEGATTI E la comunicazione giudiziaria
Notizia riservatissima. Il Procuratore della Repubblica dr. Cordisco, sotto tiro sui giornali per la presa di posizione di Magistratura Democratica, ha inviato un avviso di garanzia al dr. Presbitero. Incredibile. Se non fosse stato per lui ci sarebbero stati centinaia di morti. La notizia non trapela oltre una ristrettissima cerchia. Il dr. Presbitero è annichilito. In quella ristretta cerchia Chiamiamo l’avv. Caramatti che scende subito dall’Aprica. Parliamo della cosa e va in Procura. Il procuratore, presente anche lui nella seduta conclusiva come negli altri incontri, conosce benissimo la situazione e rassicura. Atto dovuto ma tutto finisce lì. Il rischio è che la notizia esca. Titoloni. Capro espiatorio, proprio quello a cui ci sarebbe da fare un monumento.
E la notizia arriva ad un bravo e autorevole giornalista, Chiavegatti, a Sondrio per l’ANSA, autore di scoop memorabili che chiede, facendo riferimento alla riservatezza del caso, conferma al sottoscritto. Traggo nei più reconditi recessi della memoria dall’armamentario di bugie di quando si era ragazzi, se ne combinava qualcuna e bisognava scusarsi in casa, qualche spunto per fingere e cadere dal mondo delle nuvole, come se apprendessimo la notizia in quel momento. Escludo categoricamente la fondatezza di una simile notizia. Entrambi conveniamo che, se vera, la notizia rappresenterebbe un rischio gravissimo. Per l’opinione pubblica altro che comunicazione giudiziaria “atto dovuto”! Ci sarebbe il colpevole, guarda caso quello che invece, di fatto, ha salvato tante, probabilmente centinaia, di vite umane. Quello soprattutto di cui la macchina della Protezione Civile ha ancora assoluto bisogno. Sguardo complice. Entrambi sappiamo non solo che la notizia è vera ma facciamo finta che non lo sia ed anche di  credere che l’interlocutore ne sia convinto. Piombo dal Prefetto con la notizia che Chiavegatti sa, e lui è l’ANSA. Piccolo di nome ma non di statura, fisica e figurata. Rughe sulla fronte, ma conviene che Chiavegatti è persona serissima. Lo sarà. Aveva uno scoop per le mani, fasullo, ingiusto, rischioso ma sempre scoop. Non lo usò. Atto di grande sensibilità. L’umanità profonda all’interno di una tragedia per molti, di un dramma per altri, prevalse su un astratto ed amorale “diritto di cronaca” in nome del quale amorali colleghi sbattono il mostro, presunto e talora innocente, in prima pagina, indifferenti alle conseguenze per persone, famiglie, situazioni.
Nell’albo d’onore, quello in cui idealmente collocare quanti hanno speso il loro impegno per la Valtellina in quei frangenti, albo ideale perché nessuno purtroppo ha pensato di farne uno reale, ci sta benissimo anche Chiavegatti, il giornalista da uno scoop in meno ma da un luminoso esempio in più.

GIORNALISTI (IN MAIUSCOLO)
Quelli che han capito cosa vogliono dire 1836 metri cubi al secondo, quando il record storico del 1911 era di 1190!
Stiamo parlando di un giornalista, di un inviato speciale sul campo. Abbiamo parlato, senza nominarli, di molti che ne hanno scritto di tutti i colori, soprattutto i primi giorni quando la colpa dei valtellinesi e non si trattava di una fatalità. Pazzesco. Bastava il dato della portata d’acqua che l’Adda rovesciava nel Lago di Como, 1836 metri cubi al secondo, quasi due milioni di litri. Dato impressionante ma ancor più impressionante far presente che la portata storica maggiore fino allora era stata quella di martedì 22 agosto 1911 quando fu di 1190 metri cubi al secondo, Questo vuol dire che nel 1987 l’Adda aveva avuto una piena oltre una volta e mezza la massima sin allora registrata, Non basta. 76 anni prima non c’erano le dighe. Tutta l’acqua scesa dal cielo era finita negli alvei mentre nel 1987 una quantità enorme è stata intercettata sino a riempire i bacini, di centinaia di milioni di mc di capacità, allora fortunatamente abbastanza vuoti.
Due voci autorevoli si erano levate, e prima ancora della seconda mazzata, quella del 28 luglio. Ricordiamo integralmente in Appendice gli articoli di Indro Montanelli e di Giorgio Bocca non senza sottolineare quel passaggio finale che, in calce all’articolo, chiosiamo. (quarta parte -continua)
Alberto Frizziero
Ci fermiamo con alcuni cenni relativi all'emergenza:
1. Nella notte del 25 agosto ci fu un decreto di sgombero che fu osservato dai cittadini valtellinesi, consapevoli del pericolo incombente.Il grande “esodo” durò 12 giorni, le persone dovettero abbandonare le loro abitazioni per trovare rifugio in alta quota.
2. La mattina del 30 agosto,  migliaia di persone seguivano l’avvenimento in diretta televisiva. Alle 4 del mattino iniziò la tracimazione controllata sotto gli occhi di tutta Italia e tutti con il fiato sospeso. Come un buon thriller al momento clou l’acqua tentò di nuovo di sfuggire al controllo dell’uomo ma poi finalmente riprese a seguire la direzione sicura delle strutture preposte per defluire l’enorme massa d’acqua che sovrastava la Valtellina.
L’incubo finì, anche se la Val Pola rimarrà per sempre tremenda testimonianza della tragedia che colpì la Valtellina.

Ci fermiamo qui non senza però aggiungere due testimonianze si grandissimo significato,
innanzitutto etico e poi iperativo.
1. Le case. Ai terremotati di Centro  Italia sono arrivate dal Trentino alcune casette in legno accolte con grande clamore di stampa e TV. Sono casette provvisoroe. 30 anni fa i valtellinesi non hanno avuto bisogno di strutture provvisorie essendo andati subito al definitivo. Non hanno impiegato anni ma solo tre mesi per la costruzione e qualche giorno per le pratiche. 18 e 28 luglio le date-clou, 23 dicembre consegna delle chiavi di case  di qualità e a costi ridotti
2. Val Pola, gli interventi. Avevano preparato interventi per 1000 miliardi. Per il BIM grazie alla Commissione tecnica che aveva nominato i 1000 erano scesi a 120.Lu relative note omettendo quella che non si riferisce al tema::
LE CASE
IL 18 LUGLIO 1987 L’INIZIO DELLA CALAMITA’. IL 23 DICEMBRE (!!!) GIA’ LA CONSEGNA DELLE CASE - DI ELEVATA QUALITA’, COSTI CONTENUTI E COSTRUITE A TEMPO DI RECORD -, A CHI L’AVEVA PERDUTA
18 luglio – La situazione metereologica – Il disastro – Dolorosa statistica – Comprensibile timore ma anche fiducia – Una cronologia che rende orgogliosi – L’incredibile conclusione del 23 dicembre – La qualità – I costi - Copiare quanto fatto in Valtellina – Un augurio finale

18 LUGLIO. 18 luglio 1987, pomeriggio. Pioveva, come si suol dire, come Dio la mandava. Scrosci violentissimi. Era da giorni che un distratto Giove Pluvio aveva dimenticato che si era nel periodo detto del solleone, non delle piogge insistenti e men che meno di acqua a catinelle con quella furia.
DOLOROSA STATISTICA. Una dolorosa statistica quella delle vite umane perdute, nella prima fase e nella seconda, quella del 28 luglio, giorno della immane frana che seppellirà il paese di S. Antonio Morignone. Per altri, salvatisi a stento, il dolore di aver perso la propria storia, quella familiare, degli affetti, dei beni compagni d’ogni giorno di vita, nel bene come nel male. Nella provincia di Sondrio 341 le abitazioni distrutte, 1545 quelle danneggiate in quasi una cinquantina di Comuni. Fra questi i più colpiti Ardenno, Berbenno, Chiuro, Colorina, Forcola, Fusine, Morbegno, Piateda, Sondalo, Sondrio, Tartano, Tirano, Torre S. Maria,Valdisotto, Valfurva.
COMPRENSIBILE TIMORE MA ANCHE FIDUCIA. Il pensiero di molti è corso al Belice, al sisma di domenica 14 gennaio 1968; è corso all’Irpinia, sisma di domenica 23 novembre 1980, ad altre calamità naturali e a tanti servizi televisivi che documentavano, a distanza di anni, la permanenza della gente in alloggi di fortuna, se non tende quantomeno roulottes e containers. Il timore era comprensibile ma si avvertiva nelle persone, oltre al fatalismo proprio delle genti di montagna usi a convivere con le difficoltà e il rischio, anche una fiduciosa attesa, consapevole che non sarebbero stati lasciati soli. Non furono lasciati soli, fin dall’inizio.
UNA CRONOLOGIA CHE RENDE ORGOGLIOSI: - Sabato 18 luglio, pomeriggio, l’inizio del disastro.
- Lunedì 20 luglio. L’assessore regionale ing. Gianni Verga chiede all’IACP una valutazione dei danni all’edilizia residenziale pubblica per una iniziativa presso il C.E.R. (Comitato per l'Edilizia Residenziale) presso il Ministero del Lavori Pubblici.
- Martedì 21 luglio. Il Presidente dell’IACP in cinque punti trasmette una prima valutazione, sommaria molti luoghi essendo raggiungibili solo telefonicamente.
- Mercoledì 22 luglio. L’assessore regionale ing. Gianni Verga chiede al Comitato Esecutivo del C.E.R. un intervento straordinario ex lege 457/78, art. 3, lettera a) per Valtellina e Val Brembana. Una prima valutazione è di 2,5 miliardi di £. per la sovvenzionata e di 8 per l’agevolata.
- Martedì 28 luglio. Dopo l’immane frana del mattino l’assessore regionale ing. Gianni Verga sottolinea al C.E.R. la gravità e l’urgenza e richiede una convocazione urgente dell’esecutivo.
- Mercoledì 29 luglio. L’assessore regionale ing. Gianni Verga dettaglia le richieste al C.E.R., per IACP, Comuni, privati preannunciando comunque la predisposizione di programmi di intervento da sottoporre al C.E.R.
- Martedì 4 agosto la Giunta Regionale delibera la localizzazione degli interventi di recupero in Valtellina.
- Mercoledì 5 agosto, Viene convocato il C.E.R.
- Venerdì 7 agosto. Amplissima e dettagliata relazione al C.E.R. con richieste analitiche e precise garanzie anche d’ordine procedurale. Viene deliberata l’assegnazione allo IACP di Sondrio ai sensi dell’art. 3q della legge 457/78 della somma di 10 miliardi con decisioni sulla localizzazione affidata alla regione Lombardia.
- Mercoledì 12 agosto. Decreto ufficiale del Ministro dei LL.PP. che, correttamente, prevede la revoca del finanziamento se entro tre mesi non verrà presentato il programma esecutivo vistato dalla Regione. Alla scadenza prevista non ci saranno solo carte ma le case quasi pronte!!!
- Venerdì 14 agosto. Il Consiglio dello IACP di Sondrio delibera tre pronti interventi a Fusine, Sondalo e Torre S. Maria.
- Giovedì 20 agosto. Indetta la trattativa privata.
- Sabato 29 agosto. Assegnati i lavori che iniziano subito a Fusine mentre per Sondalo e Torre si stanno acquisendo le aree.
- Mercoledì 14 ottobre. Il Consiglio dell’IACP approva il Piano Esecutivo d’intervento straordinario per 10 miliardi complessivi e per di 142 alloggi.
- Martedì 3 novembre. Approvazione da parte della Giunta Regionale.

L’INCREDIBILE CONCLUSIONE DEL 23 DICEMBRE
- Mercoledì 23 dicembre, antivigilia di Natale.
- Sono passati giorni 158 dall’inizio della calamità.
- Sono passati giorni 138 dallo stanziamento dei fondi al C.E.R.
- Sono passati giorni 131 dal Decreto del Ministro dei LL.PP.
- Sono passati giorni 129 dalla scelta dei Comuni ove intervenire.
- Sono passati giorni 114 dall’assegnazione dei lavori
- Sono passati giorni 50 dalla definitiva approvazione regionale.

23 dicembre (DELLO STESSO ANNO) Sono le 10 del mattino in una splendida giornata tersa ma con freddo pungente. Siamo a Fusine, davanti a quelle abitazioni le cui chiavi stanno per essere consegnate a chi la casa del disgraziato luglio l’ha persa (dopo passeremo a Torre S. Maria, mentre per Sondalo ci vorrà qualche giorno in più). La soddisfazione è nei volti di tutti. La Pubblica Amministrazione con uno sforzo concorde, di lungimirante efficienza che nulla ha concesso alla burocrazia pur rispettando il rigore formale e la totale correttezza sostanziale, ha dimostrato cosa può fare se si trova l’assessore regionale giusto, un Presidente, un Direttore, un Consiglio, un Ufficio Tecnico come quelli dell’IACP di Sondrio, Sindaci come quelli che hanno collaborato alla realizzazione, imprese all’altezza.
LA TECNICA
Il sistema tecnologico, di grande versatilità, è stato basato sull’impiego di un elemento modulare “Triedro” costituito da una cellula tridimensionale realizzata in serie, con impianto di riscaldamento ed elettrico già predisposti. Studiate approfonditamente le diverse caratteristiche, compreso l’inserimento ambientale di cui è significativo esempio l’uso del legno per balconi e serramenti nonché dell’ardesia nei tetti.
LA QUALITA’.
La velocità di costruzione non è certo andata a scapito della qualità delle abitazioni. C’è una inequivocabile dimostrazione. Da quel 23 dicembre sono passati 19 anni e 59 giorni, un tempo che può provocare qualche insulto a qualsiasi edificio. Ebbene, basta andare a vedere queste case. E’ il miglior modo di valutare la bontà del lavoro allora svolto.
I COSTI
Chiunque, pur di dare l’alloggio in tempi di questo genere e non i soliti anni e anni, sarebbe disponibile a spendere di più, anche molto di più. In Valtellina non ce n’è stato bisogno. I dari, infatti, lo dimostrano.
Per tutti gli alloggi con autorimessa per superficie utile totale di 1845 mq, non residenziale di 802 mq, complessiva di 2326 mq pari a una superficie commerciale di 2676 mq., analiticamente i costi complessivi:
- Costruzione 1.390.000.000
- Spese tecniche e generali 69.050.000
- Geognostica 6.000.000
- Aree 176.250.000
- Urbanizzazioni 17.000
- IVA 41.700.000
- Totale 1.700.000
(Tutti costi in lire, non in €uro…).
= I costi di costruzione sono quindi risultati:
- Costo per mq. di superficie complessiva £. 597.600
- Costo per mq. di superficie commerciale £. 519.600
- Costo medio per alloggio con box £. 53.461.000
= I costi totali sono quindi risultati:
- Costo per mq. di superficie complessiva £. 730.800
- Costo per mq. di superficie commerciale £. 635.3600
- Costo medio per alloggio con box £. 65.384.000

GAD LERNER, “MILAMO ITALIA” E IL VERO “SCANDALO VALTELLINA”
Gad Lerner iniziò la sua trasmissione “Milano Italia” in diretta dal Teatro Perdetti di  Sondrio leggendo un corsivo pubblicato da Centro Valle in prima pagina a firma di chi scrive. Scrivevo, e lo ripeto ora, che quello fu il vero scandalo Valtellina, quel silenzio totale cioè di tutti gli organi di informazione. Il parlarne non interessava noi. Che fossimo stati bravi lo sapevamo da soli. Contava invece, e conta tuttora, mostrare cosa si può fare per la povera gente vittima di calamità le più varie. Se noi abbiamo costruito le case in tre mesi, con quella qualità riscontrabile ancor oggi e con quei costi limitatissimi, lo si dovrebbe poter fare anche altrove e non riusciamo a capire perché non lo si fa. Da notare che si possono avere anche diversi moduli urbanistici a disposizione. Cosa fare per ottenere un simile risultato? Basterebbe chiamare i valtellinesi a dirigere le operazioni.
Veniva e viene la rabbia a vedere le vittime di calamità naturali, aventi sismici, idrogeologici, alluvionali, per mesi in tende e roulottes e poi per anni confinati in containers sempre in attesa di quelle case che non arrivano nonostante che il problema non sia quello delle risorse per questo tipo di interventi. Il Belice, il Cratere, l’Irpinia, le Marche… La Valtellina ha dimostrato che si può fare a meno dei containers, che in tempi rapidissimi si possono consegnare le chiavi di case (e che case! Dopo 20 anni se ne può valutare la qualità!) a chi non l’ha più.
Possiamo capire che altrove non è Valtellina e quindi che i tre mesi possano diventare qualcuno di più ma sempre mesi e non anni, a condizione, come anzidetto, che si chiamino i valtellinesi – o gente come loro – a dirigere le operazioni, che l’assessore regionale di turno segua la strada percorsa a suo tempo da quello lombardo, l’ing. Verga, che i Sindaci copino quanto fatto dai Sindaci di Valtellina, senza perdere un minuto, che le imprese si comportino come quelle valtellinesi.
Non basta. Siamo un Paese ad alta intensità di calamità naturali con fosche previsioni a sentire i metereologi e i climatologi, con la speranza che si sbaglino. Tutti parlano, in ogni settore, di prevenzione. Poi però quando succede qualcosa ci si accorge che alle parole non sono seguiti i fatti.
COPIARE QUANTO FATTO IN VALTELLINA
La costruzione di case nuove per quanti l’hanno perse è un campo ideale per esercitare la prevenzione, facendo gli scongiuri e auspicando di non dover mai intervenire. Non solo in teoria perché basta seguire lo schema valtellinese, passo passo. Basta cioè copiare quanto fatto in Valtellina, semplicemente con l’adattamento alle diverse situazioni locali.
1) Un primo, immediato stanziamento, integrabile successivamente in caso di necessità.
2) L’ordinanza per poter applicare le procedure di emergenza.
3) I vari atti amministrativi propedeutici come descritto in sede di cronologia degli eventi del 1987.
4) La scelta delle aree con una duplice avvertenza. Da un lato termini perentori per la scelta, con poteri sostitutivi commissariali nel caso di inerzia. Dall’altro “serio ristoro”, come da sentenza della Corte Costituzionale n. 5 del 1980, eventualmente in parte come “diritto edificatorio”
5) Un salto di qualità: la predisposizione di una serie di schemi insediativi in modo da evitare i tempi di progettazione urbanistica e di quella funzionale per servizi, standard ecc, Schemi diversi per tipologia, per dimensioni. Schemi anche comprendenti una parte per edificazione privata utilizzando il diritto edificatorio parziale ristoro ai proprietari di aree, misura non solo equa ma anche tale da stimolare la volontaria cessione amichevole, fattore di accelerazione delle procedure.
6) Scelta del soggetto attuatore. In Valtellina l’abituale efficienza, anche nel contenimento dei costi senza venir meno in qualità, dello IACP, oggi ALER, rendeva scontata la scelta. Altrove da valutarsi, con preselezioni.
7) Qualcuno aveva a suo tempo espresso un dubbio, che cioè questo tipo di intervento è andato bene e può andar bene per un numero limitato di alloggi, ma non sarebbe così se si trattasse di grandi distruzioni e quindi di notevole necessità di nuovi edifici. Un dubbio che non ha fondamento. Procedure, modalità, formalizzazioni, scelte prioritarie sono le stesse. Per quanto concerne la parte costruttiva basta semplicemente predisporre le linee di produzione in numero sufficiente e così le imprese sul campo.
UN AUGURIO FINALE
Un augurio finale: visto che ne esiste la possibilità concreta si predisponga una serie di schemi di intervento, dopo aver verificato la bontà dei singoli passi proposti. Anzi, se ci sono esperienze migliori ben vengano. Finora per la verità non se ne è avuta notizia e il caso Valtellina è rimasto l’unico, ma non mettiamo limiti alla Divina Provvidenza…
E chissà che al Ministero di Porta Pia non si comprenda che la proposta che chiameremo “proposta Valtellina” è una cosa seria. Provata sul campo.

LA COMMISSIONE NOÈ DEL BIM
Premessa. La calamità iniziò sabato pomeriggio 18 luglio 1987 con un crescendo spaventoso. Molti in ferie, in Prefettura la sera (le notte, il giorno dopo, la sera dopo, senza due minuti di sonno) c’erano il Capo di Gabinetto dr. Fallica – eccezionale! – il sottoscritto Presidente del BIM, i radioamatori Bonvini e Sala. Teneva i collegamenti con il Comune l’ass. Calcinardi. Zamberletti era partito da Roma ma volevano fare base a Morbegno. Convinsi il Ministero che si poteva arrivare a Sondrio, via Cek-Ponte del Baffo-Valeriana, sia pure qui con mezzo metro d’acqua. Alle tre piombò il Ministro Zamberletti, amico di lunga data dei valtellinese e mio personale. Con lui Marchini, Presidente della Provincia recuperato a Morbegno e lo staff. Iniziò lì la mia esperienza. Marchini era sul campo, i Sindaci pure, convenimmo che io, come Presidente BIM, sarei stato fisso in Prefettura come riferimento dei locali per il Ministro, lo staff, il generale Muraro, il Prefetto Gomez ecc. Importante questo aspetto perché ebbi modo di seguire tutto, passo passo, comprese le cose più delicate come ebbi a testimoniare, su importanti aspetti tecnici e per quasi un’ora, in un processo a Milano per la Val Pola. Arrivo al dunque, saltando il periodo che va fino alla tracimazione e subito dopo.
Si poneva il problema degli interventi, in particolare per quanto riguarda l’Alta Valle, ma non solo.
C’era ovviamente un grandissimo interesse di tutto il mondo imprenditoriale italiano, come del resto testimoniavano, ad abundantiam, le centinaia di ruspe, anche gigantesche, parcheggiate in giro per la valle e speranzose – più di loro i proprietari – di mettersi in azione. Avevamo due interessi: il primo di interventi adeguati e appropriati a salvaguardia delle nostre comunità, persone e cose; il secondo la trasparenza perché qui il costume amministrativo, se Dio vuole, era quello “valtellinese”, non quello tangentopolitano. Nelle diverse sedi, Governo e Parlamento, Regione, incontri in provincia, ci si comportava secondo questa linea ma sfuggiva un elemento che già in occasione della tracimazione era emerso in tutta evidenza: l’impostazione tecnica e scientifica con le diverse linee difficili da giudicare. Venne all’on. Tarabini l’idea di sentire l’ing. Noé, già senatore, grande tecnico, persona stimatissima anche in Europa, già commissario per Severo, in quel momento Vicepresidente dell’ENEA. Ne parlammo, definimmo, e demmo al BIM l’incarico all’équipe, di altissimo livello e con collaborazioni “super”, di vedere il da farsi in primis per la Val Pola ma poi anche per il resto (strappammo anche la presenza nel Comitato scientifico a Milano, presenza che fu determinante per alcune scelte di fondo). Fu scelta indovinata.
Senza entrare in una serie di dettagli per ragioni di spazio, vado all’evento importante di cui parlò la stampa nazionale: la presentazione a Sondrio del progetto di sistemazione della Val Pola da parte di una grande impresa nazionale. Presenti il Ministro Gaspari, succeduto a Zamberletti, Presidente, amministratore delegato e Gotha della società, venne presentato a Sondrio il progetto di sistemazione della Val Pola, previsto anche il monumento alle vittime. Il Sole 24 Ore dava anche la previsione finanziaria, 1000 miliardi, e una battuta di un funzionario della società da me involontariamente colta, aveva aggiunto “iniziali” con la precisazione agli interlocutori che quanto necessario comunque non sarebbe mancato.
Un disegno, avanzato, difficilissimo da contrastare ma che dovevamo contrastare perché avevamo mille problemi e non potevamo assistere al prosciugamento delle risorse disponibili per un solo intervento. L’équipe si mise, intensamente, al lavoro con frequenti briefing a Sondrio o Milano, sopralluoghi approfonditi, campagne di rilevazione geologica ecc. pervenendo infine ad un progetto d’area. Il concetto-base era quello di rimettere in sicurezza la zona sostanzialmente facendo in poco tempo quel lavoro che altrimenti la natura avrebbe fatto in centinaia d’anni. La natura non avrebbe però potuto, salvo eventi parossistici, sistemare il lato valle, quello per il quale venivano avanti “autorevoli” progetti per far passare l’Adda in galleria, cosa che non avviene in nessuna parte del mondo. SENZA ENTRARE ANCHE QUI IN DETTAGLI OLTRE ALLA BONTÀ E QUALITÀ DEL PROGETTO NOÉ ESSO AVEVA UN MERITO FONDAMENTALE: QUELLO DI COSTITUIRE UN’ALTERNATIVA REALE, CONCRETA, TECNICAMENTE INECCEPIBILE AL MAXI-PROGETTO DI CUI SI È PARLATO E CON UN COSTO MASSIMO DI 120 MILIARDI DI LIRE RISPETTI AI 1000 (“iniziali”). Lo presentammo al Presidente della Regione Provenzana portandolo al protocollo esigendo una ricevuta che non ci davano. E quando il prof. Lancellotta, Politecnico di Torino e autorevolissimo membro della nostra équipe mi chiamò dal Comitato Scientifico perché c’era solo un progetto e del nostro non sapeva niente nessuno risposi di dire che partivo per Milano con la ricevuta ma non per la sede del Comitato bensì per la Procura della Repubblica. D’incanto il progetto venne fuori e fu la tomba di quello scialacquatore di risorse.
Il progetto della società incaricata dalla Regione nella quale era confluito – non prendemmo per niente bene la cosa - un cattedratico che aveva fatto parte dell’équipe Noé ricalcò le linee del nostro e poi di conseguenza venne quello oggi sul tavolo per l’appalto. Un progetto quanto mai opportuno, anzi, se abitassi a Sondalo e paraggi, Grosso e via dicendo, indispensabile.
Conclusioni

2) Val Pola. S’è detto delle ragioni per cui non risulta opportuno lasciare le cose come stanno affidando alla spontaneità la rinaturalizzazione dei versanti e del fondo valle dopo il gigantesco trauma subito dalla montagna. Si è ricordato come si sia riusciti a ricondurre il problema in dimensioni accettabili rispetto all’enorme esborso di pubblico denaro che senza il nostro intervento si sarebbe verificato. I lavori programmati risultano sulla linea allora definita dall’équipe Noè-BIM, meglio dallo straordinario ed efficacissimo lavoro dell’équipe Noè-BIM oltre a tutto, al di là della qualità e dell’impegno profuso, costato un’inezia grazie alla serietà e professionalità di tutto lo staff.
Credo di poter quindi serenamente concludere che anche in questo caso non si tratta di “una bufala”.
Alberto Frizziero
PS Ripeto, come scritto nella prima puntata, che è talmente tanto il materiale che ho fatto stringate sintesi. Se qualcuno però organizzasse un dibattito in argomento sarei disponibile ad intervenire a tutto campo e su tutti gli aspetti sia di Spriana che della Val Pola.

UNA GRANDE PROVA. UN ESEMPIO DA SEGUIRE

Alberto Frizziero

 

Alberto Frizziero
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