LUISA MORASCHINELLI. VOGLIA DI RACCONTARE E RACCONTARSI

Incontro con la scrittrice valtellinese

Pur vivendo a Lugano da più di vent’anni non l’avevo mai incontrata di persona. Chissà quante volte ci eravamo incrociate e magari sfiorate. E’ capitato ieri, in occasione di un incontro organizzato dall’Associazione Valtellina a Lugano. E’ stata una serata davvero gradevole, una chiacchierata con l’autrice che con i suoi ricordi ha fatto venire voglia a tutti i presenti di ricordare fatti e persone del loro passato, rivivere momenti belli e brutti di anni lontani, in una parola ha fatto “pensare”, “riflettere”. (A volte sarebbe utile soffermarsi sull’origine di queste due semplici parole, la prima pesare, la seconda specchiare, riflettere l’anima). Una serata che si è protratta ben oltre l’orario previsto, senza che nessuno se ne accorgesse.

La persona. Sono andata a guardare il sito http://www.abriga.it/profili/det_vis.php?id_autore=2 , ma né la foto né la scarna biografia le rendono veramente giustizia. La realtà è molto meglio. Una bella signora di età indescrivibile, anche se, come tutti coloro che non dimostrano i loro anni, non esita a rivelarla, e che, con tono giustamente orgoglioso ma non pretenzioso, definisce i suoi libri i suoi “figli”. Ieri sera si è limitata a presentare uno dei suoi nove figli, il terzo, “Ricordi di Guerra, Una ragazza valtellinese racconta”.

E’ stata coraggiosa Luisa, i suoi libri li ha pubblicati a proprie spese, presso la tipografia Bonazzi di Sondrio. E modestamente aggiunge, ho cominciato con mille copie, non sono una scrittrice famosa come la Tamaro. E per fortuna aggiungo io, che non amo la Tamaro. Non capisco perché si tenda a confondere sempre la qualità con la quantità. Ma da quando quantità è sinonimo di qualità? Tutto quello che è associato al concetto di “massa” ha per me da sempre un significato assolutamente negativo, spesso legato al concetto di banalità e convenzionalità.

Infatti niente di quello che racconta la signora è banale, è luogo comune, è stereotipo.

Lei stessa è un personaggio particolare. A me piace sempre incontrare gli scrittori. E in genere se mi piace la persona mi piacciono anche i suoi libri.

Prima di tutto è una donna. Una donna che si è coltivata, una vera femminista nel vero senso della parola, una femminista intelligente – e ce ne sono tante per fortuna – che ha valorizzato la sua femminilità senza cadere vittima di mode e banalità. Una ragazza che ha sempre considerato il lavoro un valore, e infatti ha cominciato da quelli più umili. Ma ha continuato a crescere, senza rinunciare al patrimonio culturale ricevuto in eredità dalla sua famiglia, dal suo paese. Mi piace ricordare una frase letta nel suo libro: “non c’erano grosse differenze fra uomini e donne”. Quanto è vero. Ricordo che mia mamma – bolognese – diceva che in Valtellina regnava il matriarcato. Erano infatti le donne che oltre a svolgere tutti i generi di lavori pesanti e manuali, amministravano con oculatezza i pochi averi delle famiglie, prendevano le decisioni importanti e partecipavano alle trattative, per l’acquisto o la vendita di beni. Gli uomini purtroppo erano spesso assenti perché emigrati o in guerra o vittime di alcolismo e malattie professionali, come la silicosi, tanto per fare un esempio.

Racconta la sua guerra Luisa. La guerra vista da una bambina. E qui mi permetto di ricordare quanto avevo scritto a proposito di mia nonna, Giuseppina Carbonera Guicciardi, sulla storia vista da “lei” o da “lui”. Non c’è mai voglia di emulazione di fatti anche eroici nelle donne. Se partecipano, come molte hanno fatto, è per aiutare, per farla finita più in fretta. E questa bambina era particolarmente sveglia e intelligente. Ha fatto solo la quinta elementare quando comincia a lavorare in un albergo di Tirano, crocevia di grande importanza strategica.

Dice Luisa, io aiutavo in cucina, ma, si sa, le cose più importanti avvengono in cucina. Non solo, aggiungo io, non ci sono gerarchie per i cuochi, è il cuoco il vero generale. E così questa ragazzina, giustamente curiosa, abituata ad aguzzare l’ingegno e dotata di una memoria straordinaria, osserva e registra. Vede passare tante persone, non soldati, tedeschi, fascisti, partigiani, fuggiaschi ebrei, ma solo “uomini”. Ricorda di come avesse letto la morte in faccia di quattro poveri soldati tedeschi che l’avevano aiutata ad asciugarsi una sera che lei andava a piedi sotto la pioggia da Tirano all’Aprica (sic!), e questi si erano probabilmente nascosti in attesa che il loro destino si compiesse. Dapprima avevo avuto paura, dice, poi mi sono pentita dei miei pensieri. Il giorno dopo due di quei soldati furono trovati e uccisi, gli altri due fatti prigionieri.

C’è un’altra frase del suo libro che mi ha colpito molto: “E’ stato grazie a dei militari tedeschi che ho cominciato a conoscere la loro grande letteratura, Goethe ecc.”.

L’uomo dietro il nemico, la vittima dietro il soldato. Grande pietas cristiana nei suoi racconti.

La bambina sveglia e intelligente, ma pur sempre una bambina, intuisce l’eccezionalità di quei momenti, ma forse è ancora troppo presto per capire fino in fondo quello che succede. Infatti, quando insieme a tutti gli abitanti della contrada, ascolta la dichiarazione di guerra all’unica radio del paese, non riesce a spiegarsi il tono entusiastico della trasmissione e le lacrime che cominciano a scorrere sul viso delle donne presenti. Lacrime che, aggiunge, per alcune, non finiranno mai di scorrere. Ricorda poi come per tutta la durata della guerra ci fosse sempre la paura del postino prima perché si temeva il richiamo in guerra, poi purtroppo il peggio.

Com’è diversa la percezione degli avvenimenti da parte della gente. Quante e molteplici le conseguenze impreviste e imprevedibili sulla vita di ognuno di noi.

Qualche anno fa ho seguito un corso sulla rivoluzione russa. Oltre a testi accademici la nostra insegnante si era appoggiata anche al diario di un ticinese che nella Russia meridionale aveva una fiorente azienda agricola, il nonno del dottor Michele Raggi di Lugano. Ad ogni avvenimento registrato dal libro di storia veniva affiancata la pagina di diario che oltre a confermare la data, riportava le conseguenze pratiche e perlopiù tragiche sulla vita dei contadini, della gente, di tutti coloro che sarebbero diventate le involontarie vittime di tanta follia.

Anche Luisa ha fatto questo utilissimo lavoro registrando i suoi ricordi. La bambina intelligente e sveglia però ha fatto tesoro di queste esperienze. E’ cresciuta senza per fortuna perdere la sua fede e il suo entusiasmo.

Conclude così il suo libro: “Ci sono “ricordi di guerra” e “ricordi di guerra”, a volte fra di loro contrastanti. La verità dove sta? La mia è una, vissuta in piccoli paesi di provincia...”

E fa bene a raccontarla perché la Storia è fatta proprio di tante di queste verità, e se sono pochi quelli che prendono le grandi decisioni, sono invece tanti quelli che ne pagano le conseguenze ed è giusto che la loro voce sia ascoltata, che i loro ricordi siano registrati. Lugano, 21 ottobre 2007

Cristina Cattaneo Guicciardi

I libri di Luisa Moraschinelli si trovano nelle principali librerie valtellinesi o si possono richiedere direttamente all’autrice: lmoraschinelli@ticino.com

Cristina Cattaneo Guicciardi
Società