AUTONOMIA, L’ESSENZA DEL PROBLEMA

Il Comitato Retico Autonomo - Acque: 10.000 firme in pochi giorni.- La Comunità Unica di Valtellina

Uno scritto pubblicato nella pagina dei lettori del quotidiano La Provincia critica la riproposizione dei temi relativi all’autonomia. Uso appositamente il termine “riproposizione” visto e considerato che per qualcuno non si tratta certo di una novità.

Premesso che occorre intendersi bene che cosa si voglia e cioè cosa si intenda per autonomia, retrocediamo nel tempo per trovare qualche testimonianza di un dibattito in merito.

Ci sono sostanzialmente due filoni. Uno quello dialettico, con i relativi approfondimenti ma anche con alcuni obiettivi precisi. L’altro quello spontaneo di mobilitazione popolare.

Il Comitato Retico Autonomo

Il secondo filone si ritrova nel “Comitato Retico Autonomo” fondato da Luigi Mescia e molto attivo in particolare negli anni 1973/1974. Rilevante la manifestazione di Lecco quando Italia Nostra, sostenuta da “Il Giornale della Lombardia” aveva convocato una conferenza-stampa con l’intento, in precedenza andato a segno più volte, di bloccare l’iter della Statale 36 a lago. Per tale occasione veniva anzi annunciata un’alternativa all’opera, obiettivo n. 1, decisamente “il nemico”, di Italia Nostra che aveva portato il problema a livello nazionale. Doveva essere nelle intenzioni la solita conferenza stampa ad una sola voce e quindi con forte rilievo sulla stampa nazionale. La saggezza popolare dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. La notizia tramite radio-scarpa arrivò in Valtellina e questa volta si decise che non ci sarebbe stata una sola voce. A Lecco arrivò una robusta delegazione delle Istituzioni valtellinese ma quello che colpì fu la serie di cartelli pro-strada portati dagli attivisti del CRA, silenziosi, composti, ma determinati. I giornalisti, tanti e illustri, cominciarono a vedere l’altra faccia della medaglia. I rappresentanti di Italia Nostra, abituati a non avere interlocutori ma solo ascoltatori, si trovarono a mal partito. Poi cominciò Il Presidente della Provincia di Sondrio Scaramellini seguito dall’on. Della Briotta, da chi scrive e da altri. Tutti in maniera civile, con interventi sereni ma documentatissimi. I giornalisti compresero. Cessarono i bastoni fra le ruote (ce ne furono altri ma di carattere locale, a metà lago e a Colico, altra cosa).

Acque: 10.000 firme in pochi giorni.

Altro significativo esempio di mobilitazione popolare: la costituzione dell’Unione Pesca della Provincia di Sondrio,. Con il primo atto ufficiale, lo Statuto, approvato il 4 gennaio 1973. Per quanto riguarda la pesca la concessione era stata data sino allora alla FIPS, Federazione Italiana Pesca Sportiva. C’erano lamentele sulla gestione e volontà di non dipendere “da fuori”. Ci fu chi, in primis Antonio Paginoni e Diego Muffatti, ebbe l’idea di autogestione delle acque. Non fu una cosa semplice ma in un momento delicato in cui sembrava che la Provincia fosse orientata ancora verso la FIPS i promotori iniziarono una raccolta di firme “per l’autonomia della pesca”. Fu un successo strepitoso. In pochissimi giorni 10.000 firme. Persone che non avevano mai preso la lenza in mano alla sola idea dell’autonomia firmavano, anzi addirittura cercavano dove si poteva firmare. Per inciso che scrive queste righe conosce bene la situazione perché ebbe a dover gestire, e portare in porto, una situazione ostica, tanti contrari nell’establishment. Le acque andarono all’Unione Pesca che organizzò il settore in maniera esemplare, anche con parecchio personale addetto, gestendo le acque “alla valtellinese”.

La Comunità Unica di Valtellina

Vediamo invece dopo quello che abbiamo chiamato “il secondo filone”, l’espressione più spontanea e popolare, quello che per conseguenza chiameremo il primo filone.

Partiamo da una citazione dotta, del prof. Alberto Quadrio Curzio la cui autorevolezza ci esime dall’illustrarne la figura: “Valtellina Regione Alpina”.

Avremo modo di sviluppare nel tempo e in dettaglio le ragioni della particolare specificità di, appunto, questa “Regione Alpina”, una specificità certamente molto più marcata rispetta alla Val d’Aosta, problemi linguistico e geopolitica a parte. Dandola pertanto, in questa sede, per dimostrata, e quindi per scontata, la citazione dotta va collegata al dibattito, meno dotto ovviamente in quanto in parte cospicua opera di chi scrive queste note, dei primi anni ’70 sull’auto-governo. Un dibattito per nulla teorico visto e considerato che nel 1972 era stata approvata la legge istitutiva delle Comunità Montane, Ente dalla fisionomia ordinamentale incerta al punto di definirlo “a-costituzionale”. I parlamentari della montagna italiana erano riusciti a inserire nella legge un passaggio importantissimo, quello in base al quale gli Enti operanti sul territorio dovevano adeguare la loro attività ai piani e programmi della Comunità Montane. Era l’occasione in provincia per un effettivo autogoverno. Allora non fu possibile raggiungere una intesa univoca in provincia per la volontà “di indipendenza” espressa in Valchiavenna. Sette Comuni a sei e decisivo il voto di Chiavenna che ci fu per la rottura della maggioranza con le conseguenti dimissioni del Sindaco.

Poco male ai fini dell’aspirazione di autogoverno. La Comunità della Valtellina infatti, anche senza la Valchiavenna, era la maggiore d’Italia con oltre 2600 Kmq di territorio, 65 Comuni sui 78 della provincia, oltre 150.000 abitanti, un’economia integrata di primissimo livello.

Anche qui avremo modo di sviluppare nel tempo e in dettaglio, con fior di importantissime pezze giustificative, il respiro dell’azione di governo della Comunità Montana di Valtellina, in grado di incidere profondamente non solo localmente ma anche in Regione (addirittura facendo radicalmente cambiare una legge di primaria importanza concernente il territorio). Le prospettive di grande respiro si vedevano già, ma erano in tanti a non vederle perché sostanzialmente non volevano vederle, distratti com’erano da un malinteso concetto di partecipazione, eretto a totem, vorremmo dire a feticcio, che anzi avrebbe trovato ben altro albergo ove e in quanto in molti avessero avuto il coraggio di non fermarsi al sottoscala spingendosi invece ai piani alti da cui, come si sa, il panorama è ben altro e diverso. E poi c’erano quelli, anche a Milano, a cui la forza della C.M. di Valtellina dava fastidio.

Avremo modo di esaminare analiticamente i vari aspetti perché l’essenza del problema non sta nell’obiettivo, culturale e politico, posto a base della loro azione dal Partito Retico Autonomo in quanto di difficile attuazione concreta. Bisogna partire da altri presupposti, il primo e fondamentale dei quali è la globalizzazione. In tutti i campi.

Tutto si globalizza, si ingigantisce, assume dimensioni di scala troppo ampia. Le regole devono adattarsi ma nel momento che si adattano non vanno più bene alla dimensione che conta, quella umana. Emergono le potenzialità di nicchia. Emergono? Diciamo meglio che possono emergere, sempre che il disegno che si propone non osti rispetto a quello vincente.

C’è spazio e parecchio. C’è persino lo spazio per individuare strategie.

Questa è la vera essenza del problema.

Avremo dunque modo di indicare nel tempo e in dettaglio la strada da percorrere e non sarà soltanto a fini giornalistici.

Dopo le ferie, s’intende.

Alberto Frizziero

Alberto Frizziero
Editoriali