CETA: CGIL, e altri, RINVIARE!!!

Dopo il disastroso accordo WTO ora quello Ceta: un conto salatissimo che l'Italia dovrebbe pagare

Dopo il disastroso accordo WTO, Organizzazione mondiale del commercio (con, in particolare, l'ingresso della Cina con quel che ha voluto dire), allora inascoltato il convalligiano Tremonti ferocemente e giustamente contrario, adesso un altro disastroso accordo, il CETA, con il Canadà.
Chi ha pagato allora di più? L'Italia. Chi paga di più col CETA? L'Italia. E poi cose “minori” ma fondamentali come le sanzioni alla Russia o le quote latte e così via, chi paga di più? L'Italia.
Stavolta c'è un ampio fronte comune. Pubblichiamo due articoli.
-   Il primo è l'appello della CGIL, d'intesa con gli altri soggetti, al Senato perchè non ratificasse il CETA già all'ordine del giorno la settimana scorsa..
Il secondo 'la vittoria' ottenuta da tutti i soggetti interessati con la decisione di Palazzo Madama di rinviare l'argomento caro ad alcuni settori dell'industria che evidentemente se ne frega se il conto lo pagherebbe, salatissimo, il nostro Paese.

La CGIL
Oggi il Senato è chiamato ad esprimere la propria decisione sulla ratifica del trattato di libero scambio tra Canada e Unione europea, meglio conosciuto come CETA.
La segreteria della CGIL Lombardia, in una lettera inviata ai senatori, chiede il posticipo del voto di ratifica, al fine di “permettere ai parlamentari e a tutte/i le/gli italiane/i di riflettere e discutere, sulla base di una conoscenza più approfondita, su quale sia la scelta giusta per tutelare gli interessi e garantire il futuro del nostro paese.
Si tratta di questioni molto serie che possono comportare rischi importanti per i consumatori, i lavoratori e le stesse aziende.
Ci preoccupa il venir meno, in nome della fretta imposta alla ratifica, di un’analisi approfondita di quelle che saranno le conseguenze di questo accordo sulle regole che tutelano il consumo di prodotti di qualità, lo sconquasso in termini di perdita di posti di lavoro, la caduta delle difese per l’industria italiana di qualità, in particolare quella alimentare e, non certo ultimo per importanza, l’effetto delle nuove norme sull’uso di prodotti rischiosi per l’ambiente e per la salute dei cittadini.
 
Crediamo fermamente che siamo di fronte a questioni di primario interesse, non solo per il mondo politico o per le organizzazioni sindacali ma per tutti gli italiani.
Le conseguenze di questa ratifica investiranno direttamente la vita di uomini, donne e bambini, considerati gli effetti strutturali di questi cambiamenti. Tutti sono coinvolti, in particolare i lombardi, cittadini delle province motore della economia italiana.
Sul lavoro, manca un impact study, fatto grave di per sé di fronte a una decisione così importante, ma una ricerca fatta dall’Università canadese di Tuft ha stimato che il Ceta, entro il 2023, porterà nei paesi coinvolti una perdita di 230.000 posti di lavoro ed una severa compressione salariale. Fra i Paesi maggiormente colpiti l’Italia e la Francia. Nel CETA infatti non vi è nessuna clausola che comprenda il tema dei diritti dei lavoratori.
Di fronte alle già precarie condizioni dell’occupazione nel nostro paese, ciò non può essere sottovalutato; la stabilità delle società e la condizione delle persone che ci vivono devono venire prima.
Verranno danneggiati prodotti di punta del made in Italy, infatti sarà ancora possibile usare denominazioni come “Parmesan” e “Asiago o Fontina Style”. Addirittura, in Canada viene prodotto un prosciutto chiamato “Parma”. Di contro, solo poche indicazioni geografiche (IG) italiane sono riconosciute nel CETA (41 su 288).
Le nostre eccellenze fanno la differenza e ci rendono competitivi, dobbiamo difenderle.
Sulla salute dei cittadini poi, a fronte di una dichiarata equivalenza, questa parità tra il Canada, l’Italia e l’Europa non c’è. “Una serie significativa di principi attivi e di antiparassitari utilizzati in Canada in Italia non possono più essere utilizzati e sono fuori legge”.
Con la salute dei cittadini non si possono commettere azzardi.
E infine, noi cittadini italiani ed europei non potremo porre rimedio a tutto questo né tantomeno sviluppare in autonomia le nostre strategie: infatti, l’accordo prevede un sistema di risoluzione delle controversie economiche per proteggere “gli investitori stranieri dalle discriminazioni o dal trattamento iniquo da parte dei governi”. La norma prevede la creazione di un tribunale di arbitrato extragiudiziale in cui le imprese possono chiamare in giudizio i governi, chiedendo loro i danni per leggi che comportano un’indebita discriminazione contraria alle regole dell’accordo.
Gli Stati però non potranno fare altrettanto e questa si configura chiaramente come lesa sovranità.
La CGIL Lombardia è convinta che la fretta non sia utile quando le scelte investono i destini delle persone. Per questo auspichiamo e sollecitiamo che oggi, nella discussione che è i corso in queste ore, si decida il posticipo della votazione in Senato”.
 Cristina Pecchioli

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