LE DIGHE DELLA PROVINCIA E RISCHIO TERRORISMO (IN APPENDICE. I GRUPPI ELETTROGENI)

PREMESSA
Allarme mondiale
terrorismo. Nessuno, si dice, é più sicuro e certamente
qualche riflessione si impone quando si sente parlare di
possibili obiettivi come Venezia, Firenze o lo stesso Vaticano.

Qualcuno
in provincia si é chiesto se non possano essere nel mirito di
quei terroristi dell'orrore anche le nostre dighe.

Ne
abbiamo 60, oltre a due sul versante svizzero, con una capacità
complessiva di 529 milioni di metri cubi più i 361 oltre lo
spartiacque.

Ci
si chiede quale rischio possono correre valtellinesi e
valchiavennaschi.

Non
é cosa da poco, per cui la questione va trattata
approfonditamente e, già che ci siamo, non solo in funzione
della ipotesi terrorismo.

Esamineremo
preliminarmente tre casi significativi di sinistri legati alle
dighe: 

-
IL CROLLO DELLA DIGA DEL GLENO (BERGAMO)

- IL CROLLO DELLA DIGA DI MALPASSET-FREJUS (FRANCIA)

- IL CROLLO DEL MONTE TOC (VAIONT)

Poi
ricorderemo un evento bellico:

-
IL CASO DELLA DIGA TEDESCA DISTRUTTA DAGLI ALLEATI

per
arrivare infine alle conclusioni che interessano, e in merito
alla sicurezza delle dighe in generale e all'eventuale riscio -
terrorismo.

I
tre casi anzidetti:

IL
CROLLO DELLA DIGA DEL GLENO (BERGAMO)
1 dicembre del 1923,
crollo della diga del Gleno, in provincia di Bergamo, in una
valle laterale della Val di Scalve, sul versante meridionale
delle Orobie, diga che alimentava con le sue acque la centrale
di Bueggio e Valbona dove era prodotta energia per oltre 5000 HP.  

Rase al suolo le frazioni di Bueggio e Dezzo,
alluvione nei paesi della Valle Camonica alla confluenza dei
fiumi Dezzo e l’Oglio, giù
fino a Costa Volpino e al Lago d'Iseo. 

La parte centrale della diga, che al
coronamento aveva uno sviluppo di 180 metri, cedette poco dopo
le sette del mattino, dopo che tutti avevano rilevato nei giorni
scorsi copiose perdite d'acqua dalla diga stessa.  Sei
milioni di metri cubi d’acqua si riversarono nella vallata: più
di seicento morti e danni materiali ingentissimi. Di tutto
questo rimane solo lo scheletro della diga, come se il tempo si
fosse fermato, i paesi sono stati tutti ricostruiti. Se si sale
alla diga dal sentiero che parte dalla frazione di Bueggio lungo
il tracciato che segue il torrente Povo, si vedono i resti
della 

diga, in sponda sinistra e in sponda destra. nella quale sono
rimasti intatti, particolare per i superstiziosi, tredici
grandi archi.

Ma
come é successo?

La Valle del Gleno si trova a un altitudine di circa 1550 metri
ed è contornata dalle stupende cime dei Pizzi del Gleno e dei
Tre Confini, ricca d’acqua, stupende cascate e ruscelli che ne
fanno una delle più belle della Val di Scalve. La diga sbarrava
le acque dei torrenti che scendono dalle ripide pareti delle
cime che la circondano. Aveva preso il nome dalla cima del monte
Gleno, alto 2852 m. Costruita tra il 1919 e il 1923,
era un esempio unico al mondo di diga mista, cioè a gravità e
ad archi multipli, composta cioè di due parti, ossia di un
tampone che chiudeva la stretta del torrente, e di una serie di
25 archi di calcestruzzo armato, poggianti su 26 speroni; il
tutto formava uno sbarramento lungo 180 metri. L'invaso
prevedeva una capacita di sei/sette milioni di metri cubi
d'acqua e formava un lago lungo circa 4 chilometri e largo due. 

Inizialmente
si era partiti con un tipo di diga a gravità con la costruzione
di un muro dello spessore dai 30 ai 40 metri che formava il così
detto tampone. Arrivati a questo punto, fu mutato il progetto, e
si pensò di costruire la diga ad archi multipli, il che
implicava un minor volume di muratura e conseguentemente un
risparmio di materiale. Si era cosi elevata la vasta serie di
piloni che avevano alla base una larghezza di una trentina di
metri. Dove non era stato ancora eseguita il tratto di diga a
gravità, i piloni erano stati appoggiati direttamente sulla
roccia, gli altri erano stati appoggiati sulla costruzione
precedente. 

La
parte caduta è stata quella impostata sul tratto di diga a
gravità costruito in precedenza. 

Qualche analogia, in termini di risparmio rivelatosi esiziale,
con il caso successivo, quello della diga di Frejus.


IL
CROLLO DELLA DIGA DI MALPASSET-FREJUS (FRANCIA)
In Costa Azzurra,
vicino a S. Raphael e Frejus, a poca distanza dall'Autoroute,
c'é una località Malpasset, non facile a trovarsi. Benché in
una piazza di Frejus vi sia, anche quello
scarsamente leggibile,
un monumento, alla solidarietà internazionale che si
mobilitò in occasione del disastro, scarsissime sono le
indicazioni e la gente o non sa o parla malvolentieri di quello
che é successo quasi 42 anni fa.

In un posto dal nome lugubramente significativo, "Malpasset"
e cioé "Mal Passo", datogli per via dei briganti che lo
infestavano, era stata costruita la diga più sottile del mondo:
6,78 metri alla base, 1,5
in sommità, 43,5 m di altezza dal suolo, sviluppo al
coronamento 225 metri. L'invaso era di 49,3 milioni di mc. Un
prodigio di ingegneria, progettista l'ing. Coyne, Presidente
dell'Associazione Internazionale delle Grandi Dighe, che pochi
mesi dopo morrà di crepacuore continuando a ripetere che i
calcoli, rifatti due volte, erano giusti. E lo erano in effetti
dato che fu appurato che la
catastrofe di Frejus era stata provocata da una economia di nove
milioni di franchi (su un costo totale di oltre 600). il rapporto
degli esperti aveva infatti concluso che un più approfondito
studio geologico e geotecnico, mancato per risparmiare, sulle condizioni del terreno
sarebbe bastato ad evitare la terribile catastrofe nella quale
persero la vita, la notte del 2 dicembre del 1959, 423 persone,
di cui 135 bimbi di meno di 5 anni, per la rottura della diga.
951 edifici coinvolti di cui 155 distrutti, 1350 ettari di
territorio su cui si fece tabula rasa, un treno spostato verso
il mare come un fuscello, blocchi enormi della diga, più grandi
di una casa, portati a grande distanza e ancor oggi
visibilissimi.  

Testimoni locali con i quali abbiamo parlato
aggiungevano che prima del sinistro c'era stato un mese intero
di piogge particolarmente intense.

"La causa del crollo di Malpasset - ha dichiarato uno dei
sei esperti incaricati di studiare le ragioni del crollo, il
professor Max Jacobson - è la cattiva qualità della roccia che
costituiva il terreno delle fondamenta". 

Chi si reca oggi
là, anche senza essere un tecnico, può vedere come la collina
in sinistra idrografica sia stata come "tagliata" di
netto, determinando una torsione della diga stessa che per un po',
pur non essendo calcolata per questa sollecitazione, riuscì a
resistere. Poi la rottura secondo una linea triangolare, con la
diga intatta in sponda destra.

Va aggiunto che nel luglio del 1950, si era constatato  che
la diga si era spostata di diciassette millimetri e nessuno si
era preoccupato di avvisare progettista e costruttore. Un
segnale mancato e quindi un disastro evitabile, avvenuto.

IL CROLLO DEL
MONTE TOC (VAIONT)

9
ottobre 1963. Dal monte Toc, sovrastante la diga del Vajont,
crollarono a valle 260 milioni di metri cubi di roccia,
piombando nel lago formato dalla diga e sollevando un'onda di
cinquanta milioni di metri cubi. 

La diga resistette ad una
sollecitazione molto superiore a quella di calcolo, ne trattenne
venticinque milioni ma altri venticinque la scavalcarono
irradiandosi in parte verso il ramo interno del lago, in parte
verso la diga, alzandosi sino a 200 metri di altezza e spazzando
via cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè.
1909 i morti.

La
diga, ad arco e a doppia curvatura alta 354,6 metri, con
spessori di 27 metri alla base e 3,4 in sommità, con una
capacità di invaso complessiva di 158 milioni di mc. e utile di
150, é ancora là intatta, salvo la passerella superiore
travolta, Era stata iniziata nel 1857 e finita nel 1959.

L'energia della massa d'acqua in caduta da quell'altezza,
compressa entro la gola del Vajont, aveva creato uno spostamento d'aria
due volte più potente della bomba atomica di Hiroshima
(ricordiamo che nel 1987 le case di Aquilone sotto la quota
della Statale subirono questo evento, mentre l'ultimo sassolino
di frana era arrivato a ben 800 metri di distanza).

IL CASO DEL MANTARO. Il caso del Mantaro, Perù - 1974, é del
tutto diverso in quanto la diga non c'entra. Franò infatti una
montagna intera, di massa decine di volte superiore alla frana
del Coppetto, costituendo uno sbarramento naturale che,
nonostante una serie di lavori effettuati per alcuni mesi, fu
sfondato dall'acqua, nonostante la ridotta portata del fiume
(una cinquantina di mc/secondo, meno di un decimo della portata
del Mallero nel 1987). L'ing. Eugenio Del Felice di Sondrio,
noto esperto del settore, era là ed ha un'ampia documentazione,
anche fotografica, dell'evento).

IL CROLLO DELLA
DIGA TEDESCA ATTACCATA DAGLI ALLEATI DURANTE LA II GUERRA
MONDIALE
Il caso di distruzione
di dighe durante i conflitti non é isolato - pensiamo ad
esempio alla guerra del Vietnam -. Quando ciò é avvenuto ha
sempre riguardato perà, per così dire, dighe minori come traverse
fluviali, dighe che in realtà erano degli argini e simili.
Un solo caso vistoso per
dighe di una certa dimensione, e quindi quelle potenzialmente
più pericolose, é quello della diga tedesca - il nome ora
sfugge - divenuta bersaglio degli Alleati durante la seconda
guerra mondiale. Nessun bombardamento però, che avrebbe portato
a modesti, se non nulli, risultati. Fu invece usata una tecnica
particolare.

La diga fu trattata come una nave e quindi molti aereosiluranti
in serie la attaccarono sganciando, uno dopo l'altro, i loro
siluri che riuscirono ad aprire una breccia e quindi a
determinare il crollo.

Dopo quell'evento in molti bacini artificiali furono stese a
protezione reti, del tipo di quelle che venivano poste intorno
alle navi da battaglia (a Taranto l'Italia perse diverse unità
perché queste reti ci si era dimenticate di porle!!!), tali da
rendere inoffensivi i siluri, e probabilmente per questo
l'episodio restò isolato.

Vogliamo però ricordare, e i meno giovani lo ricorderanno, quel
segno - un cerchio bianco con all'interno un punto esclamativo
- che era stato dipinto sulle pareti di molte case intorno alla
Centrale Venina, a Busteggia, a Faedo ecc. Quel segno stava ad
indicare che ove fosse successo qualcosa alle dighe di Venina
(11,22 milioni di mc.) e Scais (9,06), al suono delle sirene,
scattato una sola volta ma per errore dei guardiani, queste case
e le zone circostanti dovevano essere abbandonate dagli
abitanti.



RISCHIO
TERRORISMO PER LE DIGHE
L'unico esempio bellico
é illuminante.

Un attacco alle dighe richiederebbe una organizzazione tecnica
superiore a quella usata negli USA l'11 settembre. 

Questo sia
nel caso che si volesse seguire l'unico esempio in materia ma
anche in un'altra ipotesi che non indichiamo per evidenti
motivi. In questa seconda ipotesi infatti occorrerebbe
un'organizzazione logistica anche questa superiore a quella
usata negli USA l'11 settembre.

Terza considerazione: nel caso che i terroristi dell'orrore
ponessero il loro sguardo verso il settore energetico vi é
un'ampia gamma di obiettivi più facili, più alla loro portata.
Ultima considerazione: i
terroristi, nella fase di preparazione, debbono ovviamente
passare inosservati. In Valtellina e Valchiavenna non si passa
inosservati e la nostra gente, anche nei posti più isolati,
saprebbe benissimo cosa fare, riferendone a chi di dovere, nel
caso percepisse qualcosa di anomalo.

Qualche
timore, circolato nei giorni scorsi, non ha pertanto ragion
d'essere.


SICUREZZA DELLE DIGHE
Le dighe nel mondo, per
contare solo quelle con altezza superiore a 15 metri, sono circa
45.000 con una capienza complessiva di 5.000 miliardi di metri
cubi d'acqua, quanta cioé basterebbe per i consumi della
popolazione mondiale, pur a consumi non europei, per una ventina
d'anni.

Abbiamo in precedenza voluto illustrare i disastri che hanno
visto protagoniste le dighe. Vediamo ora le ragioni che militano
a favore della sicurezza:

-1)
Dopo il crollo della diga del Gleno il problema-dighe fu
affrontato in Italia molto seriamente lungo tre direzioni: la
legislazione, con norme efficaci, le strutture di controllo, di
alto livello, lo studio approfondito, teorico e pratico. Il
frutto lo si vide fin dagli anni successivi con gli italiani
inseritisi all'avanguardia nel mondo;

-
2) L'aggiornamento continuo della normativa. Un esempio: oggi i
concessionari delle opere di sbarramento, dighe di ritenuta o
traverse, sono tenuti, ogni sei mesi, a una dichiarazione con la
quale l'ingegnere responsabile, che deve esserci per legge,
assevera lo stato delle opere, ivi comprese le sponde del
serbatoio, e delle apparecchiature, per quanto riguarda la
manutenzione, l'efficienza e le condizioni di sicurezza; nonché
il rispetto del foglio di condizioni per l'esercizio e la
manutenzione durante, la gestione dell'impianto. Inoltre in
allegato devono esserci i diagrammi aggiornati delle misure
significative del comportamento dell’opera. 

Deve
altresì essere asseverato che non si ravvisano situazioni di
pericolo per le popolazioni ovvero indicare gli eventuali
provvedimenti di urgenza assunti.

- 3) I controlli. Il Servizio Nazionale Dighe effettua i
sopralluoghi e gli accertamenti e provvede ad eventuali
interventi. Sono previste sanzioni.

-
4) L'interesse. Le dighe oggi non contengono acqua ma oro (una
volta si parlava di "oro bianco"; questa dizione può
a ragione essere rispolverata). 

"Pregiata"
viene chiamata l'energia prodotta con l'acqua immagazzinata nei
bacini artificiali. L'energia elettrica infatti, come tale, non
può essere immagazzinata, salvo che per modestissime quantità
in accumulatori e batterie. Le centrali termoelettriche o
nucleari marciano a produzione sostanzialmente costante. La
società non viaggia con domanda costante, ma ci sono le punte.
Per queste provvede l'idroelettricità e chi la fornisce la
fattura a un prezzo ben superiore. Si tratta quindi per queste
opere di investimenti a certa e pingue remunerazione, tali da
essere adeguatamente mantenuti in efficienza.

Ricordiamo
al riguardo cosa fece la Falck, oggi Sondel, negli anni '70 per
la diga di Venina, ad archi multipli (8 archi che scaricano la
spinta oltre che sulle due sponde su 7 grandi speroni,) ultimata
nel 1926. Inizialmente  impermeabilizzò l'intera
superficie a monte della diga con una resina speciale che però
non diede buon esito per alcuni effetti dovuti al ghiaccio.
Allora passò a un'altra tecnica, impermeabilizzando la
superficie con acciaio inossidabile.

- 5) Il progresso scientifico e tecnico che consente oggi,
soprattutto nel settore più delicato - abbiamo visto i casi
Malpasset e Vaiont -, cioé a dire quello geologico e geotecnico,
accuratezza di analisi e quindi affidabilità dei controlli.

Potrebbe restare qualche dubbio, in particolare sulla tenuta,
soprattutto dopo una serie di eventi a costruzioni in
calcestruzzo e in cemento armato (ponti, edifici civili ecc.)
che hanno ridotto il periodo dopo del quale é necessario porre
particolare attenzione alla resistenza dei manufatti.

Ebbene, uno dei maggiori esperti al mondo in fatto di
corrosione, ed in particolare per c.a. e calcestruzzi, é un
convalligiano, il prof. ietro Pedeferri, cattedratico al
Politecnico di Milano.

Provincia, BIM, altri Enti potrebbero da lui avere risposte più
autorevoli che non questa nota, e forse, per la tranquillità di
valtellinesi e valchiavennaschi, non "potrebbero" ma
"dovrebbero".

a.f.

GdS 21 settembre 2001

                  
APPENDICE: I GRUPPI ELETTROGENI
La
complessità della società contemporanea é ragione stessa di
fragilità. Lo abbiamo visto con l'orrore di martedì 11
settembre, non solo per quello che é successo ma anche per
quello che si é ipotizzato. I terroristi, e ancor più i
terroristi-suicidi, hanno la possibilità di attentare
all'ordinato svolgimento della vita quotidiana in mille modi.

Fra quelli possibili c'é anche l'enrgia.

Tutti noi dipendiamo in una misura enorme dall'energia. Lo si é
visto a New York molti anni fa quando ci fu un colossale
black-out, ma lo abbiamo visto una quindicina di anni fa quando
ce ne fu uno molto più modesto a Sondrio che interessò per
giunta solo la parte a destra del Mallero della città, dalle 9
del mattino alle due di notte. Allora, quando l'informatica era
ai primi passi e quindi quasi inesistente la dipendenza di mille
attività da essa e quindi dalla regolare erogazione di energia,
i sondriesi toccarono con mano cosa voleva dire avere gli
ascensori fermi (specie per gli edifici più alti e per perone
anziane o con handicap), gli impianti di riscaldamento inattivi,
i frigoriferi e i freezer spenti, i boyler - per chi non aveva
quelli a gas - impossibilitati a fornire acqua calda, le pompe,
per chi ne ha bisogno, inservibili, tutti gli elettrodomestici
di casa, rasoi compresi, inutili, eccetera e eccetera.

Da
allora é èassato un bel periodo di tempo, e l'unica differenza
é che i gruppi elettrogeni di ospedali o altre strutture
pubbliche vengono tenuti sotto controllo e in efficienza, mentre
allora c'era chi lo faceva ma chi no. Alcuni soggetti, come
banche o grandi aziende ne sono dotati.

Non risulta che vi sia qualche condominio che ne abbia
installato uno.

Bisognerebbe
pensarci, seppure di una potenza minima, tale da assicurare le
funzioni essenziali. Se oggi, ad esempio, un condominio di 30
appartamenti ha in totale impegnati 100 kW, è per l'emergenza
basterebbe un gruppo da 20, da installarsi, e manutenersi, in
una con la caldaia del riscaldamento centrale, ove c'é.

Sarebbe saggio, ma, non illudiamoci, lo faranno in pochi.



GdS 21 settembre 2001

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Alberto Frizziero
Dalla provincia