Garibaldi e il Signor X

(Attilio Pandini)  La lettera fino a quel momento inedita di Garibaldi ai cittadini di Lipari, trovata pochi giorni or sono, conferma la prudente sagacia del condottiero. Prima elogia il patriottismo dei liparesi, poi li consiglia di eleggere fra loro un governatore, “al quale - egli aggiunge - conferisco temporaneamente poteri illimitati”. Cioè limitatissimi dal precedente avverbio. Il generale conosceva gli italiani, nel bene e nel male, meglio di altri politici. Egli fece l’unità d’Italia contro gli stessi italiani, allora in maggioranza contadini. Invece i Mille erano 1089 piccoli borghesi: molti avvocati, medici, insegnanti, ingegneri, artigiani, una trentina di militari, e poi commercianti, farmacisti, pochissimi operai, una donna (la moglie di Crispi) e un solo contadino. Il “popolo” italiano di allora stava dall’altra parte, ostile alla rivoluzione nazionale soprattutto per l’influenza del clero.

Più dei due terzi dei Mille venivano dalle regioni del Nord, come i garibaldini del ’48, costretti a rifugiarsi in Svizzera dopo essersi battuti bene a Luino e Varese. Ma perfino nel Nord la popolazione non fu dalla loro parte. “Gli austriaci - scrisse Garibaldi - trovarono sempre una massa di traditori pronti a far le spie. A noi, anche con manciate d’oro, era difficile ottenere informazioni sul nemico”.  Per fortuna, come osservò uno storico inglese, egli era “scaltrito nell’arte della guerra quanto prode in battaglia”. Soprattutto rifiutava la sciocca furbizia dei figli di mamma: “Soldato che scappa, buono per un’altra volta”, addirittura proibendo ai suoi ufficiali di insegnare alle reclute il movimento del dietro-front. Ce l’ha raccontato il toscano Giuseppe Bandi, un aiutante del generale, nelle sue memorie intitolate “I Mille”, edite nel 1902  e ripubblicate nel 1955 con le note di Luciano Bianciardi.  Bandi aggiunge: “Garibaldi ci aveva detto le mille volte: non insegnate mai ai soldati la ritirata, neanche per esercizio in piazza d’arme, perché assai, all’occorrenza, sapranno ritirarsi da per sé”.  Il che non gli impedì, dopo la vittoria di Calatafimi, di organizzare la fuga di un piccolo gruppo dei suoi verso Corleone al comando di Vincenzo Giordano Orsini. Era la tattica dell’inganno. Il colonnello von Meckel, inviato con tremila mercenari svizzeri per intercettare Garibaldi, cadde nella trappola e inseguì l’Orsini, aprendo così a Garibaldi la strada per Palermo.

Il generale sapeva scegliere i suoi luogotenenti, scartando con rigore gli incapaci e i presuntuosi; e aveva sulla gente una forte influenza, definita da Arnaldo Frateili, nella prefazione ai “Mille”, “un misterioso fascino che solo può spiegare l’entusiastica devozione di chi lo seguì”. Anche Denis Mack Smith lo descrive come “un uomo amabile e affascinante, di tranquilla onestà, obbedito senza esitazioni e per il quale si moriva volentieri”. È vero che dopo Cola di Rienzo fu Garibaldi a reinventare i discorsi dai balconi, ma talvolta li usò bene. Suo, come tutti sappiamo, il telegramma più corto, quando nel 1886 rispose con la sola parola “Obbedisco” all’ordine del La Marmora di arrestare la marcia su Trento. E suo il discorso più breve, appunto da un balcone, quello dell’albergo romano dove scese nel 1875, vecchio e quasi paralizzato dall’artrite. Nella strada la gente voleva vederlo e applaudiva. Il generale indossò la camicia rossa, il poncho e la papalina, uscì sul balcone, fece cenno alla folla di zittirsi e pronunciò soltanto tre parole: “Romani, siate seri”.

Il Bandi racconta, fra le altre, la storia di un certo “Signor X”. Durante le battaglie costui si nascondeva, ma dopo “cavalcava fiero per Palermo tutto lustro d’oro, dritto su un bel cavallo e con un pennacchio in testa”. Garibaldi lo fece chiamare e “gli mormorò all’orecchio dieci o dodici parole, non di più”. Il Signor X “diventò bianco come un morto”, non tentò nemmeno di discolparsi, si precipitò per le scale e corse al porto, saltando sul primo vapore in partenza. “Non l’ho veduto più mai – commenta Giuseppe Bandi – né ho più mai inteso rammentare il suo nome”.

Quanto daremmo per conoscere le dieci o dodici parole mormorate da Garibaldi all’orecchio dello sciagurato (anche noi - ndr -).
 

Attilio Pandini
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