LA VITA OLTRE LA MORTE: L’AMORE

(Nello Colombo)  Ci voleva proprio un bel funerale per risollevare gli animi al Teatro Sociale! Ci ha pensato la famiglia Poretti con “Funeral home”, una bella pagina ironica e divertente, a stemperare le ansie irrisolte del quesito più inquietante della vita: quello della morte. In Piazza Garibaldi già sul far della sera i primi capannelli che si sono poi incolonnati in una lunga fila. Voglia d’incontrarsi, dopo tanto tempo, di mettersi diligentemente in coda, di godersi i prolegomeni dell’attesa della nuova avventura teatrale di cui comunque ognuno è coprotagonista. Voglia di rivedersi attorno al desco scenico di una nuova pièce che si preannuncia frizzante, carica di allegrezza spensierata, in attesa di una sana risata, magari anche carica di humour nero, ma con la garanzia di una marca Poretti sempre più a prestito delle scene teatrali dopo le mille scorribande televisive col famigerato Trio di “Aldo, Giovanni e Giacomo”. Stavolta, però, accanto a Giacomo c’è lei, la fedele consorte di una vita, la pacata e compassata Daniela Cristofori, e pur anche volitiva e deliziosamente profonda nella sua sardonica satira grigioscura dietro ai paraventi che celano il catafalco di un amico comune in attesa delle solenni esequie. E ce n’è voluta per condurre lì il malcapitato maritino con 3 ore di anticipo sul funereo evento! Ma l’attesa è tutto un crogiuolo di batti e ribatti di un ménage consolidato da troppe schermaglie senza vincitori né vinti consumate tra le ansie criogenetiche dell’ibernazione dell’uno contro la cremazione folgorante di una polvere antica dell’altra, rotta a un rito “allegrato” da musiche telecomandate ad hoc tra il gregoriano monacense e la lirica più spiccia. E ci vuole poco a comprendere che da fulgido e scattante ghepardo le membra si sono ormai intorpidite come quelle di un bradipo costipato. E tutto all’improvviso, perchè “nessuno ti insegna come si diventa vecchi”. Ed eccoli allora, moglie e marito, a parlare fitto fitto di bare ecologiche o bordate di tutto pizzo e ricami “perché si muore una sola volta”. E si litica di santa ragione, senza esclusione di colpi, fino all’affondo lamettato dell’ingenuotto Ambrogio che annichilisce la sua Rita arroccata in un silenzio bruciante. E  a questo punto a lui non resta che rubare “i fiori del morto” per farne un quieto omaggio e farsi perdonare. Poi, inevitabilmente la discussione scivola sull’Aldilà. “Ma se poi resusciteranno tutti come faremo a ritrovarci?”, si chiede apprensiva l’eterna fanciulla attempata che, prontamente, propone un appuntamento in un bosco di faggi. E il maritozzo imbalsamato toccandosi le parti basse bofonchia un “magari me la prendo comoda!”. Terrifico per lui varcare solo la soglia che lo separa dal letto di morte della salma, lui non vuole sapere, né intende ragioni ad esplorare un futuro a fosche tinte che lo separa dal trapasso. E sono in una “funeral home”! Il gioco, infine sfugge di mano con l’arida realtà, quando la dolce mogliettina se ne va alla chetichella varcando l’ampio portone della mietitura eterna. E Ambrogio si ritrova solo, spaesato, senza il suo nume tutelare, senza il rovello dei giorni quotidiani, senza la voce “cavillosa” della sua amata Rita che lo aspetta. E, quando il momento giunge e lui si ritrova solo, sperduto nella foresta nera dell’oblio, ecco una voce: “Sei sempre in ritardo!”.  Una pièce da leggere in chiave psicoanalitica, ben congegnata, con una Cristofori diva superlativa e atarassica, e un Poretti esilarante, senza sedime caustico nè acidume bellico, prono e secondante senza tregua in nome della pace quotidiana. E forse anche di quella eterna!

Nello Colombo

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