“IL SIGNORE E LE SUE CREATURE”

di Nello Colombo
Ben lungi dal farsi musical, (e questo nonostante la pregevole colonna sonora di Luciano Di Giandomenico su antichi strumenti insieme a Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli) o rievocazione storico-drammatica del più celebre tra i Santi, l’ultimo spettacolo in scena al Teatro Sociale, “FRA’ - San Francesco, la superstar del medioevo”, pare quasi un’allegra promenade tra rivoli medievali di un’agiografia maccheronica talvolta caciarona romanesca e po' pseudo provenzale che sembra fare il verso a numerosi followers disseminati nel mondo virtuale. E questo, senza nulla togliere all’arte visionaria e multitimbrica di un ispirato Giovanni Scifoni che ci mette del suo in lungo e in largo per “fringuellare” il mistico messaggio del Santo del ritorno alle origini del Cristianesimo, innamorato di “Madonna Povertà”.  Dell’antico “manoscritto anconetano” – una sorta di grida manzoniana – si serve per farsi “giullare” e amministratore fedele della Provvidenza divina. Sul pentagramma sgrammaticato di un’ironia che talvolta si tinge di Zelig o Colorado, Scifoni compie miracoli di acrobazia scenica vestendo il saio cartaceo su cui ha dipinto l’effigie di un Cristo sofferente che in transfert si sovrappone al volto stesso di Francesco che pare ossessionato da un grande sogno: quello di farsi cavaliere intrepido che sceglie infine di farsi strumento evangelico di una predicazione che avvince e che consola, in un tifo da stadio. Dissacrato il Sacro Scranno Papale del teocratico Innocenzo III che lo spedisce immantinente in porcilaia degnandolo infine di una Regola dura e incontrovertibile che lo condurrà fino all’ascensione a La Verna per lasciarsi trafiggere dalle stimmate del Cristo in un buio esistenziale che si rischiara alla luce della remissione assolutoria d’ogni macchia.  La rifrazione degli spot nello specchio che s’irradia fino al cielo del “Sociale” si rivela come la metafora divina del perdono. Genialata artistica l’invenzione del Presepe di Greccio ( così avversato ultimamente da gente che disconosce il valore stesso della Storia) che si fa spunto per un’ardita digressione fuori riga. Smesso infine il registro scanzonato e cameratesco, Scifoni sa destreggiarsi bene, con grande arte declamatoria e drammaturgica, tra le pieghe dell’inno di tutte le creature al Cielo, da “frate sole” a “sorella luna”, da “sorella nostra madre terra” a “sora nostra Morte corporale da la quale nullu homo vivente po' skappare”. Ed è proprio nella sofferenza e nel dolore che affonda quel messaggio di Bellezza sublime che santifica ogni umano anelito di purezza e trascendenza. San Francesco non è mito né leggenda: è messaggio divino vero che si logora fino allo spasimo per raggiungere il cuore delle genti. L’umile fraticello che incantava folle sterminate con la sua parola semplice e sicura è la negazione assoluta d’ogni superstar o dell’influencer più mellifluo e più seguito, perchè sa consumarsi solo con l’esempio di chi crede. E fa. Irrimediabilmente.  Fino alla morte. (Nello Colombo)

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