Contributi esterni: argomento proposto da Mario PulimAnti: ANTONIO VALERIANO PULIMANTI, Sindaco di Collevecchio – Luigi Pulimanti Sindaco di Collevecchio

Contributi esterni: argomento proposto da Mario PulimAnti:

ANTONIO VALERIANO PULIMANTI


Nasce a Collevecchio (Rieti) il 12 aprile 1926 da Angelo
Pulimanti e Leonella Merlini.

A soli tre anni muore la sua cara bisnonna paterna,
Loreda, alla quale è molto affezionato, al punto che le
dedicherà in seguito una sua poesia.

La morte della bisnonna Loreda è un'esperienza di dolore
tragica e precoce che lascerà un segno profondo nel suo
animo sensibile.

Loreda è la madre di Luigi, chiamato da tutti “Gigiotto”.

Nonno Gigiotto rivestirà anche la carica di Sindaco
(Per l'esattezza allora si chiamava podestè - NdR)
di Collevecchio, negli anni trenta, per un breve periodo.

E’ un bambino con una corporatura minuta e un carattere
piuttosto schivo.

A Collevecchio rimane fino all’età di dieci anni, per
poi seguire, insieme alla sorella Valeria, i suoi
genitori che si trasferiscono a Roma, nel rione
“Testaccio”, per lavoro.

Nella “città eterna” -dove nasce l’altra sorella Maria
Felicita, detta “Felly”- compie gli studi fino al
conseguimento del diploma magistrale.

Può, così, insegnare in alcune scuole elementari dei
rioni di Trastevere e di Testaccio.

In seguito si iscrive alla Facoltà di Lettere
dell’Università “La Sapienza” di Roma. Non riuscirà,
però, a portare a termine gli studi universitari, per
motivi di tempo e di lavoro.

Nei suoi primi anni romani comincia a scrivere versi,
specialmente in vernacolo romanesco, una sua passione
che lo seguirà per tutta la vita.

Sempre in questo periodo risale un evento di
fondamentale importanza per la sua formazione umana e
artistica: l'inizio di un sodalizio durato tutta la vita
con vari amici, molti dei quali intraprenderanno, poi,
la carriera artistica.

Tra questi ricoprono un ruolo fondamentale Salvatore
Schembri ed Emidio Vangelli, con i quali rimarrà sempre
collegato.


Durante la seconda guerra mondiale comincia a ritenere
per sé inadeguata una vita troppo soggettiva, diventando
così un giovane impegnato anche dal punto di vista
sociale.


Di fatto l'esperienza tragica e sconvolgente della
guerra provocano in lui il profondo convincimento che
l'imperativo categorico è quello di aiutare gli altri.

In Antonio Valeriano questo convincimento è rafforzato
dal fatto che ai cattolici -e lui è stato sempre
orgoglioso di definirsi “un cattolico apostolico romano-
spetta un ruolo importante in questa ricostruzione.

Si attiva così sempre di più verso chi soffre,
soprattutto a causa dei tristi eventi bellici di quel
brutto periodo, mostrando, in tal modo, una solidarietà
indirizzata particolarmente verso le persone più
disagiate.

Di conseguenza si apre in lui un dialogo aperto e
cordiale verso gli altri, soffuso di umana pietà,
rimanendo però fedele al suo rigore, al suo stile.

Questa solidarietà la porta sempre con se: infatti da
questo momento partecipa, e sempre più attivamente, a
varie organizzazioni di volontariato.

Nel 1950, appena ventenne, conosce colei che gli rimarrà
poi vicina fino alla sua morte, Ernesta Aloisi, che per
lui sarà sempre la sua “Ernestina”.

Ernesta è una giovane ragazza di Testaccio, figlia di
Jole e di Vittorio, morto quando Ernesta ha tre anni.

Il padre di Vittorio, Romolo Aloisi, è nato a
Collevecchio, nella frazione di Poggio Sommavilla.

Questa è una vera coincidenza, quando si dice il
destino!

In questo periodo, pur continuando a scrivere versi
dialettali, trova il modo di continuare a dedicarsi allo
studio del latino e del greco, specialmente in Vaticano,
dove papà “Angelino” è guardia pontificia onoraria.

L'assunzione nel 1953 presso la ditta “Moruzzi”, con
funzioni di rappresentante, non lo distrae mai del tutto
dalle sue passioni artistiche, ma serve ad assicurargli
la sopravvivenza quotidiana.

E’ il 12 settembre 1953 quando si sposa con la sua
Ernestina nella Chiesa di Testaccio.

Il rito è celebrato dal parroco Don Schiaffino, un caro
amico di famiglia.

Ma l’attività di rappresentante, per lui faticosa e del
tutto estranea ai suoi interessi artistici, sembra
allontanarlo sempre più dalla poesia e, forse per la
prima volta, deve considerare naufragate per sempre le
proprie ambizioni poetiche.

Tuttavia, il profondo legame al suo paese di origine,
Collevecchio, i contatti ripresi con gli amici
collevecchiani della prima giovinezza -dai quali non si
è comunque mai del tutto allontanato, faranno sì che
riprende -soprattutto nella sua villetta collevecchiana
di Via di Valle Menetola situata proprio ai piedi del
Convento Sant’Andrea- a scrivere poesie e ad alimentare
altre sue passioni artistiche, come la scultura e la
pittura.

E, tra queste poesie, una è dedicata proprio a
Collevecchio.

Nel 1955 nasce il suo primo figlio, Mario, il quale poi,
sposerà Simonetta D’Ippoliti, figlia di Rosato D’Ippoliti
-che per molti anni sarà presidente della Confraternita
di San Bernardino- e Venia Vittori.

Nel 1958 nasce Antonella, da lui definita “Principessa”,
che segue, dal punto di vista artistico, le orme
paterne.

Con lei condivide la passione per lo studio
dell’Archeologia -un’altra sua grande passione- tantochè
“Antonellina”, con enorme felicità del suo papà, si
laurea proprio in Lettere Antiche con indirizzo
archeologico.

Nel 196 nasce il terzo ed ultimo figlio Stefano, che
lui soprannomina amorevolmente “Fortebraccio”.

Stefano è legatissimo al suo “papone”, da subire una
forte forma di depressione alla sua morte.

I due fratelli sono unti al padre anche dalla passione
sportiva per la medesima squadra di calcio, la Lazio.

La nascita di Stefano segna una svolta particolarmente
significativa nella sua vita, e non solo artistica.

Oltre che per il successo dell’archeologa Antonella, è
ugualmente orgoglioso per le lauree conseguite dagli
altri suoi due figli, Mario in Giurisprudenza e Stefano
in Scienze politiche.

A Roma si ritrova, nel frattempo, al centro di una sorta
di vari gruppi di volontariato e di solidarietà.

Di questi gruppi fanno parte anche i suoi vecchi amici
che continuano a coltivare, come lui, la passione della
poesia, della musica, della pittura e della scultura.

In tutte questa attività è sempre affiancato da sua
sorella Felly che, avendo le sue stesse passioni e
frequentando i suoi stessi gruppi, gli è sempre accanto.

Non muove un passo senza avere vicino a sé la moglie
Ernestina, con la quale, con la quale forma una coppia
indissolubile, tanto che gli amici, vedendoli sempre
insieme, sono ormai istintivamente portati a
considerarli una sola persona.

In questo periodo partecipa a vari concorsi letterari,
vincendone molti, alcuni dei quali organizzati da
associazioni culturali di notevole importanza come, per
esempio, “la Dea Roma”.

Nel 1986 nasce il suo primo nipote, Gabriele, figlio di
Mario.

E’ così nonno per la prima volta.

A Gabriele rivolge tutta la sua attenzione ed il suo
amore, pensando di essere in grado di infondergli
personalmente la passione per la poesia e la pittura.

Gli altri due nipoti sono Alessandro, secondogenito di
Mario, nato nel 1994 (al quale il nonno ha trasmesso
l’amore per la scrittura) e Serena, figlia di Antonella,
nata nel 1997 (che, invece, dal nonno ha ricevuto la
passione per la pittura).

Loro non fanno purtroppo in tempo a conoscerlo.

Infatti Antonio Valeriano muore il giorno di Pasquetta
del 1992, per una brutta malattia della quale i parenti
sono venuti a conoscenza da soli tre mesi, ma che lui
non sa di avere. Forse lo sospetta!

E’ il 20 aprile.

Solo otto giorni prima ha compiuto 66 anni, il suo
ultimo compleanno!

Siamo nel 2004 –sono trascorsi dodici anni dalla sua
morte- quando Ernesta, rovistando tra gli oggetti del
marito, trova del tutto casualmente una poesia che
Antonio Valeriano ha probabilmente scritto negli ultimi
mesi della sua vita e della quale nessuno sospetta
l’esistenza.

S’intitola: “Er sogno”.

Questa sua ultima poesia è ambientata nella casa del
nonno materno, Primo Merlini.

Nonno Primo era allora proprietario dell’osteria locale,
che in seguito sarà gestita dal figlio Duilio, fratello
di mamma Leonella.

Del resto, come ha anche detto il Papa: “non si tagliano
le radici dalle quali si è nati” ed Antonio Valeriano
l’ha dimostrato perché, anche se abitava a Roma dall’età
di dieci anni, non ha mai dimenticato –nemmeno negli
ultimi attimi di vita- le sue “radici collevecchiane”.


ER SOGNO

L'antra notte, quanno dormivate,

c’era silenzio solo nella casa,

m’appare 'na faccia rossa de cerasa,

ch'arisvejava in me cose passate.


Vino sabino, Brighella colla fresa,

file de vite, amici e carognate,

lontano, fra li soni de la Chiesa,

arberi, frutta, sole, scampagnate.


'Na rondine fa er nido su li tetti,

ner cielo quarche nuvola ormai rada,

sur prato fra le gocce de ruggiada

'na gatta partorisce li micetti.


Io, regazzino, a Nonno stò vicino

de là ce stà puro zì Navina

seduto accanto un cane che stà chino

io scappo an tratto sporco de farina.


"Nonno!" Strillai arzannome de botto,

apersi l'occhi e nun vedetti gnente

quer viso co' la bocca soridente

nun c'era si guardavi sopra e sotto.


Un desiderio d'abbracciallo forte,

solo silenzio e buio nella mente,

l'odore de la notte e de la morte

e de quer sogno nun me rimaneva gnente!

ANTONIO VALERIANO PULIMANTI



COLLEVECCHIO

Sono

tornato ai luoghi donde,

adolescente, fuggii

per inseguire

un sogno. A questo che verdeggia

di smeraldi, son tornato, colle

antico della terra

dei Sabini, in una notte

d’agosto. Disteso

come allora, sul dorso, fra l’erbe

ho rimirato

i ricami tracciati

dalle scie delle stelle

cadenti, fulminee più

che il pensiero, ad infittire

 palpiti

il mio petto.

E

l’alba m’ha colto immobile e la rugiada

m’ha imperlato

le ciglia e i capelli.

Amato mio

colle

natio! Antico, non

vecchio. Amore

stilli, con la rugiada. Il tempo

non può

invecchiare ciò ch’eterno, e tu

lo sei!

Sui tuoi

blandi

pendii s’arrampicano

gli ulivi e, le viti, le uve

indorano

di sole.

E’ di struggente

bellezza il tuo autunno, già

s’intravede, quando

gli uccelli migrano e il loro

stormo, lungamente

volteggia, par che sciami,

ne l’aria

tersa, fra cielo e i verdi

campi, prima

di scomparire

all’orizzonte.

ANTONIO VALERIANO PULIMANTI

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IL SINDACO DI COLLEVECCHIO
LUIGI PULIMANTI


Nasce a Collevecchio, il 3 marzo 1865, da una famiglia
di semplici origine artigiane, con tradizione e cultura
profondamente cattolica, primo figlio maschio di Loreda
Trionfetti e di Giuseppe Pulimanti. La sera stessa il
neonato venne battezzato, ricevendo il nome di Luigi.


Papà Giuseppe è un uomo molto pio, che si è assunto il
compito di educare religiosamente i suoi figli, e Luigi
ne conserverà sempre un ricordo commosso e riconoscente.


Per questa formazione spirituale, manifestando fin dalla
fanciullezza una seria inclinazione alla vita
ecclesiastica, terminate le elementari, si prepara
all'ingresso nel seminario diocesano di Rieti, ma ne
esce presto per sposarsi con Felicita Ballante.


Ad un certo momento, chissà perché, cominciano a
chiamarlo “Gigiotto”. Lui, Luigi Pulimanti, accetta
volentieri questo simpatico appellativo che lo
accompagnerà per tutta la vita.


Probabilmente lo chiamano così, perchè è un ragazzo,
alto, snello, molto dolce, di bel portamento, con occhi
celesti ed i baffi, belli folti, spioventi ed
assolutamente visibili. Il suo modo gentile ed il fare
molto affabile, lo rende simpatico a tutti coloro che lo
conoscono.


Dotato di grande sensibilità musicale, fin da
giovanissimo, accompagnato dalla dolce melodia del suo
clarinetto, è uno degli elementi di spicco della Banda
di Collevecchio, allora Società di Mutuo Soccorso, che
poi diventerà Fanfara agli inizi del novecento.


In questo periodo Luigi Pulimanti ha anche la
soddisfazione di dirigerla per alcuni anni.
Saltuariamente la dirigerà ancora, dopo la prima guerra
mondiale, quando oramai avrà assunto l’attuale
denominazione di Banda Musicale Cittadina di
Collevecchio.


Si dedicherà a questa sua passione musicale anche
durante l'intermezzo di tre anni di servizio militare
prestato nella banda musicale della Compagnia Alpina di
Cuneo.


Ha sette figli.


Seguendo le orme paterne Angelino, clarinettista come il
padre, e Fausto, con il trombone, faranno parte anche
loro della Banda Musicale.


Gigiotto riveste anche la carica di Sindaco di
Collevecchio, agli inizi del novecento, per un breve
periodo.


Il suo è uno dei più antichi mestieri, ora praticamente
scomparso: Gigiotto è, infatti, il calzolaio del
Collevecchio dei primi anni del novecento.


Su ordinazione, confeziona gli scarponi rinforzati e gli
zoccoli di legno. Sempre su misura fabbrica anche le
scarpe per i collevecchiani di allora, che stanno bene
attenti a non consumare le calzature di Gigiotto perché
queste devono durare a lungo. Sono tempi duri, infatti,
e se con il passare del tempo le scarpe diventano troppo
corte, riparate e cucite passano in dotazione ad un
altro membro della famiglia. Gigiotto prepara e ripara
ai suoi concittadini tutte queste calzature servendosi
di una sorta di tavolaccio sul quale con lunghi coltelli
di diversa foggia, con incredibile abilità e destrezza
sagoma lentamente per la forma del piede un ciocco di
tiglio o di pioppo.


E’ molto protettivo con i suoi amici e con la sua
famiglia.


La sua vita termina la sera del 16 aprile del 1953 a
Collevecchio. In quel momento sta parlando con il nipote
Antonio Valeriano, figlio di Angelino. E’ vedovo da
pochi anni e il suo ultimo pensiero è proprio per lei,
Felicita, la tenera compagna della sua vita.



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